UN MILIONE NON CI BASTA

La piazza del 4 ottobre vale molto di più

Il 4 ottobre, come il 3 ottobre e il 22 settembre, tutti noi siamo stati protagonisti di giornate dalla portata storica. Davanti ai nostri occhi si è reso evidente un cambiamento inequivocabile nei modi di stare insieme in piazza, nel parlare del genocidio, nel tipo di forza e di radicalità messe in campo.

Nel Paese dell’immobilismo assoluto, l’Italia, finalmente tutti hanno dovuto scegliere da che parte stare. Se con la Flottiglia e la Palestina oppure con il Governo Meloni, il governo dell’invio di armi a Israele e della complicità con il genocidio. La maggior parte delle persone – la parte migliore del Paese – ha scelto la prima opzione: non essere complici, in nessun modo, con il genocidio in corso in Palestina.

Ma non solo! Il dato ancor più entusiasmante che emerge dalle mobilitazioni delle ultime settimane è aver connesso il supporto alla causa palestinese con la lotta politica contro il Governo Meloni. Due facce della stessa medaglia.

“Blocchiamo tutto” non è stato solo uno slogan, ma una promessa mantenuta nei fatti: stazioni occupate, strade, università e porti bloccati. I lavoratori, gli studenti, i precari, ognuno si è organizzato – mai da solo – nei propri luoghi per bloccare la macchina bellica e genocida “made in” casa nostra e attiva in Palestina.

Il supporto alla Palestina è diventato denominatore comune. Tutti, ad eccezione dei complici, affermano “è genocidio”. E pensare che non sono passati nemmeno due anni da Mara Venier in diretta RAI contro Ghali…

Tutto ciò non si è realizzato autonomamente

Anzitutto è merito della tenacia del popolo palestinese e della sua resistenza che va avanti da 76 anni. Ma è frutto anche del coraggio che hanno dimostrato ovunque le organizzazioni politiche, i sindacati e gli attivisti solidali, tra i quali l’equipaggio della Global Sumud Flotilla che ha agito da catalizzatore dell’orrore verso le immagini del genocidio a Gaza e del sentore collettivo di non poter rimanere inermi davanti ad esse. La Global Sumud Flotilla ha messo sotto i riflettori del dibattito pubblico non solo la crisi umanitaria del genocidio, ma l’esigenza di opporsi politicamente all’assedio in corso a Gaza, rivelando la vigliaccheria e inettitudine dei nostri governi occidentali, incapaci di comportarsi da stati sovrani – che ne dica Giorgia – quando ci sono di mezzo Israele o gli USA.

La Flotilla è stata fermata, i compagni stanno tornando ognuno nei Paesi d’origine. Ma la missione no, non è ancora giunta a termine e sta a noi prenderne il timone.

Abbiamo la responsabilità politica e morale di continuare a fare pressione sui nostri governi e lavorare instancabilmente affinché la potenza mobilitativa che abbiamo mostrato – e ne abbiamo dimostrata tanta – possa essere in grado di ribaltare completamente gli equilibri in campo. Abbiamo la forza per trasformare il mondo, per contendere il potere a chi adesso, non solo non sta facendo assolutamente nulla per il popolo gazawi, ma è totalmente piegato ad un’agenda economica che impoverisce le classi popolari in Italia.

In tempi di incertezza, di autoritarismo e di guerra simili a quelli presenti – circa cent’anni fa – Antonio Gramsci diceva: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.

Oggi, nel buio si intravede una luce. Probabilmente ci stiamo lasciando alle spalle il vecchio e nell’orizzonte vi è il nuovo che avanza. Le giornate che ci hanno visti convolti sembrano testimoniare infatti che il futuro non è già scritto.

In questi anni di crisi, di passivizzazione, di precarietà che ognuno ha sperimentato duramente su più ambiti della propria vita ci hanno fatto credere che insieme non avremmo mai avuto la forza di valere qualcosa, di cambiare qualcosa. Eppure, queste ultime settimane ci hanno raccontato un’altra storia: non solo insieme siamo forti, ma della nostra potenza, i Potenti (sic!) hanno paura.

Questo nuovo che avanza sta provando con tutte le sue forze a nascere, anche se è ancora in una fase germinale e fragile, circoscritto a pochi momenti che certamente ci hanno riempito il cuore di gioia e di rabbia. La manifestazione di ieri, così come gli scioperi precedenti hanno dimostrato molto delle nostre capacità collettive.

Ora è il momento di fare ancora di più. Come Collettivi Autorganizzati Universitari abbiamo il compito di trasformare la potenza di queste giornate in determinazione, contribuendo a fare in modo che coloro i quali sono stati parte attiva di queste giornate restino forza costante, organizzandosi in settori di lotta più ampi e generali, per non disperdere nulla. A muoverci è la convinzione che ora abbiamo l’occasione di trasformare davvero il presente, per un futuro diverso.

La coscienza generalizzata che si sta manifestando in questi giorni esige determinazione. Bisogna fare in modo che queste giornate non siano solo un bel ricordo e che a queste non segua il riflusso. Occorre che tutti coloro che si sono avvicinati alla mobilitazione continuino a lottare, ad organizzarsi, convinti della strada che stiamo percorrendo insieme.  

Sembra strano da scrivere, e si teme perfino nel dirlo ad alta voce, ma in queste giornate abbiamo creato le condizioni per un movimento di massa che faccia tremare le poltrone di chi ci governa.

Continuiamo a lavorare insieme in questa direzione. Non temiamo di assumerci questa responsabilità e la forza per renderla effettiva.