Riflessioni dall’Assemblea internazionale dei popoli
Durante le mobilitazioni per la Palestina dell’ultimo anno e mezzo ci sono state alcune parole che ci hanno guidato e che continuano a muoverci: resistenza, libertà, giustizia, internazionalismo. In questo contributo ci vogliamo concentrare su quest’ultima parola, condividendo cosa significa internazionalismo per noi a partire dalla nostra esperienza come membri della delegazione giovanile europea che ha preso parte all’ultima riunione dell’Assemblea internazionale dei popoli (AIP), svoltasi in Brasile nella seconda metà di febbraio.
Internazionalismo per noi non significa aderire in modo testimoniale a singole campagne di solidarietà ma vuol dire includere come parte integrante del nostro pensiero e della nostra azione politica un impegno concreto e collettivo a sostegno dei popoli oppressi di tutto il mondo. Queste possono sembrare parole astratte, molto belle ma piuttosto distanti dalla nostra quotidianità militante e non solo. Ebbene, la partecipazione alle riunioni dell’AIP ci ha confermato che non è così, rendendo evidente ciò che ci insegna anche la nostra lotta al fianco del popolo palestinese e di quello libanese: l’internazionalismo fa parte della nostra agenda politica, non solo a parole ma anche nei fatti. Un’agenda politica che non costruiamo da solɜ ma che realizziamo attraverso il dibattito, l’organizzazione e la lotta condivisa insieme a compagne e compagni di tutto il mondo.
Insieme a organizzazioni giovanili di moltissime regioni diverse abbiamo discusso per tre giorni del ruolo che possiamo avere nella costruzione di un fronte internazionalista e antimperialista. Si tratta di un compito urgente oltre che necessario nel contesto politico ed economico attuale, dove è sempre più evidente la crisi del modello imperialista, a partire dall’indebolimento dell’egemonia degli USA. Il caso del genocidio in Palestina ce lo dimostra in modo chiaro: quando il sistema dominante è in crisi mostra tutta la sua violenza. Assistiamo quindi alla rielezione di Trump e alle sue mosse sfacciate in materia di politica estera, mentre per quanto riguarda la politica interna il neoeletto presidente si dà alla guerra aperta contro le persone povere e migranti rendendole il suo nemico numero uno. Vediamo un’Unione europea che va sempre più a destra e che decide di investire 800 miliardi di euro per il riarmo, rispondendo alla spinta della NATO verso una sempre maggiore militarizzazione dei nostri territori. Guardiamo lo scoppio di nuove guerre e il protrarsi di vecchi conflitti in Africa e in Asia, a partire dal Medioriente, dove la vita di interi popoli viene considerata meno preziosa dell’accesso a risorse naturali e degli interessi di governi occidentali e grandi multinazionali. Osserviamo cambi di regime, reali o falliti, in America Latina. Tutto questo colpisce soprattutto le classi popolari, la gente comune: le condizioni materiali di vita e di lavoro peggiorano e sono sempre più precarie e incerte, l’accesso a servizi di base come sanità, casa e istruzione è sempre più difficile e costoso, il divario tra ricchi e poveri aumenta e lo stesso si appresta a fare il conflitto sociale.
Di fronte a tutto questo, momenti di scambio e di pratica politica collettiva come quelli offerti dall’AIP ci permettono di non limitarci ad essere spettatori di questo periodo di crisi. Anzi è proprio in periodi come questi – periodi in cui le contraddizioni del sistema capitalista in cui viviamo diventano più evidenti – che dobbiamo saper cogliere l’occasione e proporre un’alternativa reale, un’alternativa socialista. Dobbiamo migliorare la nostra analisi e affinare la nostra teoria politica, restituendo legittimità a un pensiero marxista e materialista che è stato indebolito dall’egemonia neoliberale degli ultimi decenni. E proprio a partire da una prospettiva materialista dobbiamo riuscire a unire la teoria alla pratica, costruendo un’azione politica che riesca a incidere sulle condizioni materiali di vita dei popoli di tutto il mondo. Certo non è un compito facile, ma non partiamo da zero: è proprio nell’AIP che troviamo un esempio di solidarietà attiva e di impegno condiviso tra compagne e compagni di moltissime regioni diverse del mondo. Compagni e compagne che si organizzano assieme a noi, che ci ricordano che non siamo da solɜ, che discutono con noi delle sfide che si trovano ad affrontare e che ci offrono con grande generosità e umiltà i successi delle loro lotte.
Un esempio molto chiaro di questo ci viene dallɜ compagnɜ del Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (detto anche Movimento Sem Terra, MST) che ci hanno ospitato e accolto nelle loro scuole di educazione politica e nelle loro terre occupate durante i giorni che abbiamo passato in Brasile. Nato ormai quarant’anni fa, l’MST è senza ombra di dubbio uno dei più grandi movimenti sociali dell’America latina. Presente in oltre una ventina di Stati federati del Brasile, riunisce circa 2 milioni e mezzo di persone. Questo movimento nasce per chiedere la realizzazione della riforma agraria in un Paese in cui pochi ricchi imprenditori del cosiddetto agrobusiness controllano milioni di chilometri quadrati di terra. Le terre coltivate alle dipendenze di questi grandi proprietari terrieri diventano spesso delle monocolture per produrre materie prime come caffè, canna da zucchero, mais e soia destinate alle grandi multinazionali. Tutto questo alle spese non soltanto della terra, che viene sfruttata e inquinata dall’agricoltura intensiva, ma anche della popolazione rurale che viene spinta verso le città, dove viene relegata nelle periferie andando ad ingrossare le statistiche su povertà e disoccupazione.
L’MST risponde all’agrobusiness e alla sua violenza principalmente attraverso la pratica dell’occupazione: dopo aver individuato dei territori incolti o abbandonati, lɜ militanti vi creano un accampamento dove si trasferiscono centinaia se non addirittura migliaia di famiglie. Si tratta di famiglie che spesso vivevano già nella zona in condizioni povere e precarie e che attraverso l’occupazione riescono ad avere un pezzo di terra da coltivare, da cui trarre le risorse per il proprio sostentamento e su cui costruirsi una casa. Le famiglie prendono possesso della terra non attraverso un atto di proprietà ma attraverso il loro lavoro, che permette di costruire e sostenere un modello economico e sociale radicalmente diverso da quello neoliberale dell’agrobusiness e dell’impoverimento della popolazione rurale. Attraverso il lavoro e la sua pianificazione, ogni famiglia contribuisce alla produzione di prodotti che servono innanzitutto ad alimentare la comunità che anima l’accampamento. L’eventuale surplus della produzione viene venduto e i ricavi sono impiegati per migliorare l’accampamento e per potenziare la produzione. Il consolidamento di un accampamento può contribuire in modo positivo alla sua legalizzazione: infatti, se inizialmente le occupazioni di terra sono illegali è possibile in molti casi arrivare a una loro legalizzazione attraverso delle battaglie legali che possono durare anche molti anni. Questo passaggio formale riduce solo di poco le forme di violenza, minaccia e repressione che gli accampamenti subiscono dagli ex proprietari delle terre occupate e dalla polizia. Nonostante queste difficoltà, le occupazioni non si fermano: attraverso la loro esistenza, affermano con forza l’esistenza di un progetto politico socialista in grado di cambiare in meglio la vita di centinaia di migliaia di persone.
Si tratta di un progetto politico che mette al centro il lavoro e lo distribuisce tra tutte le persone che fanno parte di un accampamento, che viene portato avanti in maniera autogestita attraverso delle assemblee a vari livelli: punto chiave dell’organizzazione sono i nuclei di base, che riuniscono poco più di una decina di famiglie. Spetta ai nuclei di base organizzarsi per fare in modo che tutti i compiti previsti vengano coperti, dalla tutela della sicurezza dell’accampamento alla cucina, dalle questioni legate a genere e sessualità all’educazione politica. Questo ci è stato spiegato dalle compagne che ci hanno accolto durante la nostra visita all’accampamento Marielle Vive, un accampamento ancora illegale a Valinhos fondato nel 2018 che ospita circa 300 famiglie. Qui ci è stato mostrato quanto siano importanti i corsi di alfabetizzazione offerti dal MST alla popolazione locale, che in larga parte non sa né leggere né scrivere, e ci è stato raccontato il ruolo fondamentale che ha l’accampamento per donne povere e donne vittime di violenza domestica, che nella terra occupata trovano una comunità che le accoglie e che offre loro dei mezzi per sopravvivere nel rispetto della propria libertà e autodeterminazione.
Abbiamo visitato anche l’accampamento Irma Alberta, che ospita diverse centinaia di famiglie provenienti dalla periferia di São Paulo. Si tratta di un’occupazione legalizzata che si basa sui due pilastri del MST: lavoro agricolo, che viene organizzato in modo pianificato, e educazione politica, che passa tanto da momenti specifici di formazione quando attraverso l’arte – nel caso specifico, il teatro – e la cultura. L’importanza dell’educazione politica è stata uno dei temi centrali dei dibattiti fatti nel contesto dell’AIP, che non a caso si sono svolti tra la scuola nazionale Paulo Freire, situata nel centro di São Paulo, e la scuola nazionale Florestan Fernandes. Fondata 20 anni fa su una terra occupata a Guararema, oggi è un punto di riferimento non solo per l’MST ma anche per compagnɜ internazionalistɜ da tutto il mondo.
Insieme abbiamo individuato gli obiettivi principali che può avere l’educazione politica all’interno di un’organizzazione antimperialista e anticapitalista. Questi obiettivi si rintracciano a partire dal metodo a cui facciamo riferimento: adottare una prospettiva materialista ci impone di legare la pratica dell’azione politica con la teoria del dibattito e dell’analisi. Le due cose non possono essere scisse: senza una teoria rivoluzionaria non ci può essere un processo politico rivoluzionario che sia realmente in grado di trasformare il presente. Una teoria solida da cui partire permette non solo di comprendere la realtà, analizzandone le contraddizioni e individuandone cause ed effetti, ma anche di andare oltre questa realtà e proporre un’alternativa concreta che riesca a parlare a sempre più persone. Nell’ottica di costruire questa alternativa, l’educazione politica permette di consolidare l’organizzazione attraverso un processo continuo di formazione a tutti i livelli. Infatti, se da un lato è fondamentale che i quadri di un’organizzazione crescano e siano parte attiva di riflessioni e dibattiti, aggiornando costantemente il proprio orizzonte teorico, dall’altro è imprescindibile ampliare la coscienza politica di chi ancora non fa parte di un’organizzazione o ci si sta avvicinando, così da aumentarne il coinvolgimento e alimentarne la fiducia verso un’alternativa che, come ci insegnano tanto la teoria marxista quando le esperienze di lotta socialista del MST, non solo è necessaria ma è anche possibile.
In questo processo che unisce teoria e pratica politica, in quanto giovani abbiamo un ruolo fondamentale: siamo allo stesso tempo la base e il futuro delle organizzazioni di cui facciamo parte, contribuendo a una loro innovazione costante. Noi giovani portiamo energie e idee nuove che aiutano a consolidare i percorsi di lotta, inserendovi delle prospettive che contribuiscono ad espandere la nostra azione politica e a coinvolgere sempre più persone. Lo stiamo dimostrando con il ruolo centrale delle mobilitazioni universitarie al fianco del popolo palestinese, lo dimostriamo anche nel nostro impegno nella lotta transfemminista, in quella ecologista e in tante altre. In un tempo in cui il sistema che ci opprime, capitalista e imperialista, mostra il suo vero volto e scopre le sue contraddizioni, in un tempo in cui aumentano la precarietà e lo sfruttamento e le condizioni di vita e di lavoro peggiorano per porzioni sempre più grandi della popolazione mondiale, è nostro compito saper cogliere l’opportunità e riuscire a trasformare questo presente. Per farlo dobbiamo essere prontɜ, formarci e organizzarci. Esperienze come quelle dell’AIP ci mostrano che in questo non siamo solɜ: lottiamo insieme a compagni e compagne di tutto il mondo, unitɜ da un internazionalismo che ci dà forza e ci mostra che partendo da un impegno condiviso possiamo costruire il futuro che ci immaginiamo.
