Cosa sta succedendo in Siria?
La lotta del popolo siriano, compresi i curdi, è anche la lotta di tutte e tutti per un futuro più giusto
Come nasce la rivoluzione siriana?
A partire dalla stagione delle Primavere Arabe, nel 2011, anche in Siria si assiste a un sollevamento popolare, con l’intento di richiedere una riforma complessiva del sistema politico siriano, con conseguente democratizzazione delle sue istituzioni. In breve tempo il regime siriano di al-Assad risponde con crescenti livelli di repressione utilizzando le Forze Armate Siriane, ma anche arresti arbitrari e torture mirate contro i dissidenti politici.
Una parte dell’esercito nazionale siriano si ribella al regime formando un gruppo chiamato esercito siriano libero (FSA), nato per combattere il regime e per sottrarsi dall’utilizzo della forza contro i civili. Questo gruppo eterogeneo, sin dall’inizio, presenta una mancanza di organizzazione che nel tempo lo renderà meno efficace nella lotta contro il regime, lasciando spazio alla nascita di altri gruppi ribelli. Già nel 2012 “FSA” diventa un’etichetta ombrello sotto cui si ritrovano alcune forze in lotta contro al-Assad.
Evoluzione della rivoluzione in una “guerra per procura”
La guerra civile siriana si internazionalizza molto rapidamente a partire dal coinvolgimento attivo sul piano logistico e militare di potenze imperialiste con interessi diretti nella regione, assumendo la forma di una guerra per procura, cioè tra stati che si scontrano senza l’utilizzo diretto dei propri eserciti, come già era avvenuto in Libia.
Arabia Saudita e Qatar, entrambe potenze regionali a guida sunnita, hanno finanziato e fornito supporto economico e logistico ad alcune fazioni della resistenza siriana durante i primi anni della rivoluzione per contrastare l’influenza iraniana e sciita nella regione.
L’Iran è interessato a garantire la sopravvivenza di al-Assad in quanto parte della cosiddetta “Mezzaluna sciita” (un asse politico composto da Iran-Iraq-Siria-Hezbollah in Libano, che aderisce alla dottrina sciita). Vede la guerra in Siria come un’occasione per contrastare da un lato l’Arabia Saudita e dall’altro l’entità sionista (“Israele”) e per questo si impegna militarmente inviando truppe iraniane e garantendo il sostegno del suo alleato in Libano, Hezbollah.
La Turchia, altra grande protagonista in Medio Oriente, a tutti gli effetti membro della NATO, supporta e organizza le forze ribelli contro al-Assad, sostenendo in particolare le aree sunnite e più estremiste dal punto di vista religioso, come Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), costola staccatasi da Al-Qaeda. Tutto questo fa parte del più ampio progetto di pulizia etnica del popolo curdo e della volontà di schiacciare la rivoluzione del Rojava, dando così l’avvio alla costruzione di un nuovo impero ottomano, basato su una sola religione ed etnia dominante. Inoltre, risulta evidente come il dittatore turco Erdogan, che da tempo finge di essere alleato della resistenza palestinese, è in realtà perfettamente allineato agli interessi occidentali nella regione e quindi nella difesa dello Stato illegittimo di Israele, che non solo arma, ma difende attaccando i sostenitori militari dei palestinesi.
Non possiamo non evidenziare il momento storico in cui tutto ciò sta avvenendo: appare evidente come in questa fase organizzare e sostenere la resistenza siriana contro Al-Assad sia un modo per eliminare un altro nemico del progetto sionista in Palestina.
“Israele”, che già occupa una parte del territorio siriano nelle alture del Golan, ha tutti gli interessi affinché la regione risulti ulteriormente frammentata e dilaniata così da poter esercitare in maniera ancora più spregiudicata la propria influenza. Inoltre, l’opposizione siriana risulta utile all’entità sionista per tagliare fuori le linee di rifornimenti di Hezbollah che partendo dall’Iran raggiungono il Libano passando dai territori del regime di al-Assad.
Gli Stati Uniti, potenza imperialista per eccellenza, strumentalizzano la situazione siriana per contenere Russia e Iran, sostenendo Israele come principale alleato regionale. La loro politica, solo apparentemente contraddittoria, è invece coerente con l’obiettivo di proiettare il proprio dominio nella regione e trarne profitto: dal 2016 occupano militarmente il nord-est della Siria sfruttando le risorse naturali, petrolio in primis.
Alimentando il caos siriano, gli USA hanno sostenuto in fasi diverse la lotta al jihadismo e le opposizioni al regime di Assad, anche quelle fondamentaliste, frammentando ulteriormente il territorio e creando un’instabilità cronica funzionale solo ai propri interessi.
La Russia in sostegno al regime di al-Assad interviene direttamente dal 2015 con attacchi aerei contro le forze di opposizione al regime, sostenendo logisticamente il governo siriano con lo scopo di mantenere l’accesso alle sue basi militari, così da continuare ad avere una presenza nel Mar Mediterraneo.
Gli sviluppi
Dal 2017 ci sono stati una serie di tavoli diplomatici (ad Astana) gestiti principalmente da Russia, Turchia ed Iran. Alla fine di questi tavoli gli accordi hanno portato alla costruzione di zone di de-escalation e al cessate il fuoco, continuamente violato da parte del regime di al-Assad, che in quel periodo è riuscito a consolidare il proprio potere con vittorie militari garantite dal supporto di Russia ed Iran.
Le forze di opposizione, invece, si sono concentrate tra il 2018 e il 2019 nella zona di Idlib e nella Siria Nord-occidentale, subendo costantemente attacchi da parte del regime, che non si è fatto scrupoli a colpire civili, aggravando la crisi umanitaria con 4 milioni di sfollati.
Il conflitto continua fino ad oggi, con vari momenti di intensità, e fasi altalenanti di coinvolgimento delle diverse potenze imperialiste. In tutto ciò con il Covid la situazione economica in Siria è peggiorata drasticamente, mentre l’aggressività turca è aumentata significativamente nei confronti del popolo curdo nell’area nord-orientale della Siria.
Cosa succede dal 27 novembre?
Il 27 novembre 2024 ha rappresentato una giornata chiave nel movimento di opposizione della Siria al regime di al-Assad, con la presa della città di Aleppo da parte di una coalizione di ribelli, di cui fanno parte anche realtà jihadiste come HTS. L’avanzata delle forze di opposizione ha messo in profonda difficoltà il regime di al-Assad, costretto a ritirarsi per centinaia di chilometri verso la capitale, Damasco.
Allo stesso tempo il rafforzamento di aree jihadiste all’interno della coalizione di ribelli siriani, garantito dal supporto economico, logistico e militare dello stato fascista turco, rischia di mettere ancora più in pericolo il popolo curdo, la rivoluzione del Rojava e la sua esperienza, percepita come una minaccia esistenziale al modello centralizzato ed etno-nazionalista di Erdogan.
Il risultato è una politica che punta non solo a schiacciare la resistenza curda, ma anche a reintrodurre il sogno neo-ottomano, riaffermando il ruolo della Turchia come potenza egemone regionale. Questo approccio mina qualsiasi possibilità di una soluzione inclusiva e giusta, contribuendo a un ciclo di violenze e divisioni nella regione.
La guerra in Siria rappresenta un teatro complesso di conflitti, dove interessi imperialisti, regionali e globali convergono, sacrificando le vite delle popolazioni locali. In questo contesto, il popolo curdo svolge un ruolo cruciale come simbolo di resistenza e autodeterminazione.
I curdi, da decenni oppressi e privati del diritto di autodeterminazione, hanno trasformato la lotta per la sopravvivenza in un esperimento di autogoverno democratico. Il loro progetto, basato su giustizia sociale, liberazione delle donne ed ecologia, si contrappone direttamente alle logiche imperialiste e capitaliste che alimentano il conflitto siriano. Tuttavia, subiscono costantemente minacce, dall’espansionismo diretto turco o dei suoi diversi alleati regionali, tra cui HTS, ai compromessi delle potenze globali.
Come Collettivi Autorganizzati Universitari, sappiamo che questo momento storico non ci permette semplificazioni, non ci permette di leggere e provare a spiegare ciò che sta avvenendo come se esistessero due fronti in conflitto per un territorio.
La fase di crisi in cui si ritrova nuovamente l’area geografica mediorientale ci impone quindi di schierarci nella complessità ma rimanendo ben convinti che:
– Siamo dalla parte del popolo siriano che più di tutti sta pagando il prezzo di decenni di tirannia della famiglia Assad e delle condizioni in cui ha portato il suo paese.
– Pretendiamo una totale liberazione dei territori: non mettiamo in dubbio che in questo momento in Siria stiano resistendo al regime anche forze laiche e progressiste, ma al contempo una grande maggioranza delle forze militari di Aleppo appartengono a gruppi il cui obiettivo è tutt’altro che liberatorio, mercenari del regime fascista e reazionario turco.
– Sosteniamo e ci schieriamo con l’amministrazione della Siria del nord e dell’est e le sue forze democratiche e rivoluzionarie, che ancora una volta è chiamata a lottare e insegnare al mondo cosa vuol dire liberare e costruire una società nuova e giusta, libera dalle catene dell’oppressione coloniale, capitalista e patriarcale.
La lotta del popolo siriano, compresi i curdi, è anche la lotta di tutte e tutti per un futuro più giusto.
Hurriya, Serhildan!
