Immaginare, organizzare, trasformare!

Immaginare, organizzare, trasformare!

Napoli, Padova, Torino:
nasce il coordinamento dei Collettivi Autorganizzati Universitari (CAU)
Unisciti a noi!

Introduzione (seize the time!)

Quante volte ci siamo sentitɜ inadeguatɜ e solɜ, senza gli strumenti per affrontare quello che ci succede intorno? Quante volte abbiamo sentito dire che “non c’è più niente da fare”, che “così deve essere”, che “la politica non serve a niente”? Quante volte nel nostro percorso di studi ci siamo sentitɜ isolatɜ, in preda ai sensi di colpa e di fronte a un futuro a tinte sempre più scure? Quante volte ci hanno descrittɜ come svogliatɜ e scansafaticɜ? Quante volte ci è stato ripetuto che dobbiamo inseguire il successo personale, costi quel che costi, e che se non ce la facciamo è solo colpa nostra?

Tutto falso.
Un nuovo anno accademico è alle porte. Quello appena concluso ci ha mostrato qualcosa di diverso rispetto alla realtà che ci viene raccontata: abbiamo visto e riconosciuto giovani come noi nelle piazze e nelle occupazioni per la Palestina. Le università si sono accese, la lotta di liberazione del popolo palestinese ha smosso gli animi, l’insopportabile enormità del genocidio tuttora in corso ha attivato energie che sembravano scomparse: lo sdegno si è trasformato in rabbia e voglia di agire e poi molto velocemente tutto questo è diventato coscienza politica. Abbiamo compreso in che misura la questione palestinese ci coinvolge direttamente, quanto la solidarietà con questo popolo non è solo una risposta etica all’ingiustizia più sfacciata della terra, non è solo una questione umanitaria ma è una questione politica a tutto tondo che spalanca le contraddizioni e le ingiustizie anche qui. Abbiamo compreso quanto è importante agire insieme e mobilitarsi, quanto possa essere bella la parola “politica”. Abbiamo visto che non è vero che “ormai la nostra società è tutta a destra”, ma che il problema è diverso: che quello che dobbiamo combattere, soprattutto tra noi giovani, è la sfiducia, la disillusione, l’individualismo. Anni e anni di egemonia culturale neoliberista ci hanno portato a rinchiuderci in noi stessi; ci hanno invitato a fare lo sgambetto a chi è vicino a noi piuttosto che aiutarci a vicenda. La mobilitazione ci ha, invece, mostrato la forza trasformativa che possiamo avere insieme e che il vento può iniziare a soffiare in un’altra direzione.

La Palestina ha ancora bisogno di noi ma soprattutto noi abbiamo bisogno della Palestina, perché ci ha insegnato che un’alternativa è possibile, che si può resistere ed opporsi alle più grandi potenze mondiali, che si può pensare un mondo differente. Ed è proprio questo che ci ha fatto sentire la responsabilità di fare tutto quello che possiamo affinché l’energia della mobilitazione universitaria degli scorsi mesi non vada persa ma prosegua e metta radici: sentiamo la necessità di cogliere l’occasione!

Abbiamo una proposta concreta: organizziamoci ovunque

Oggi nasce il coordinamento dei Collettivi Autorganizzati Universitari e il nostro invito è quello di unirsi a noi. Ci rivolgiamo a chi entra per la prima volta all’università, a chi già la vive e ha voglia di mettersi in gioco, alle compagne e ai compagni con cui lavoriamo da anni e a quelli che abbiamo conosciuto in questi mesi. Organizziamoci insieme costruendo i CAU anche nella vostra città. Collettivi che si radichino, sedimentino organizzazione e lottino dentro e fuori gli atenei.

Dentro e oltre la mobilitazione: un limite e una ricchezza

Queste brevi riflessioni nascono da scambi avuti durante questi intensi mesi tra studentesse e studenti attivi a Padova, Torino e Napoli. Abbiamo girato insieme le università di tutta Italia per presentare l’opuscolo dell’Ex Opg Je So Pazzo “La questione palestinese e noi”. Questo viaggio ci ha fatto conoscere tante compagne e compagni e ci ha messo di fronte all’evidenza che tra noi giovani c’è un bisogno condiviso di organizzazione, formazione, approfondimento; c’è la voglia di consolidare legami già esistenti, stringerne di nuovi, coinvolgere e soprattutto di condividere pratiche, esperienze di lotta, strumenti, per continuare a portare avanti e allargare la mobilitazione per la Palestina e non solo.

Girando e guardandoci attorno abbiamo visto un limite e contemporaneamente scoperto una grande ricchezza. Il limite è sotto gli occhi di chiunque non si accontenti di fare politica in modo esistenziale, di chi non voglia fermarsi alle formule immaginifiche, alla pura testimonianza, rappresentazione o affermazione di un’identità. Un limite oggettivo dato da una società sempre più depoliticizzata, frammentata e disillusa, colpita da condizioni sociali e materiali pesantissime, in un contesto di povertà e guerra che certo non aiutano nell’agire politico. Ma anche un limite soggettivo di un fronte di opposizione debole e disorganizzato. C’è chi nel migliore dei casi decide di continuare il proprio – e fondamentale – lavoro quotidiano sul territorio, nella propria università, senza vedere prospettive più ampie, chi si accontenta di un posizionamento di opinione e chi, nel peggiore dei casi, crede di potersi affidare a scorciatoie o, peggio, false alternative, che non fanno altro che portare forza e legittimazione alla nostra controparte.

E la ricchezza? Le università occupate, i cortei, la mole di approfondimento e inchiesta sul funzionamento dell’università e dei suoi accordi, le tante nuove persone che abbiamo incontrato per strada, la determinazione che ovunque abbiamo riconosciuto simile alla nostra. Nonostante tutto il lavoro certosino dei governi, dei rettori, del capitalismo e dei suoi sistemi mediatici e ideologici per impedirci di pensare e agire, nonostante le repressioni, le diversioni, i falsi problemi e le false soluzioni, siamo qui ed altrɜ arrivano. La ricchezza sta quindi nella consapevolezza che una chiave esiste, e non solo in un lontano avvenire, ma che già da ora si può mettere in campo un modo di fare le cose che può funzionare. Un modo che altrɜ prima di noi hanno praticato con pazienza e convinzione. Un patrimonio che non è fatto di eterne sconfitte e della miseria presente, ma di vittorie a cui non solo ci possiamo simbolicamente ispirare, ma che dobbiamo studiare e capire, per incidere davvero nella realtà. Un patrimonio che ci insegna a non lasciarci andare a rapidi entusiasmi ed altrettanto rapide delusioni come spesso avviene dentro i momenti di mobilitazione. Non dobbiamo permettere che all’ondata di attivazione segua il riflusso. La pancia è il sacrosanto inizio, ma per durare, per resistere un minuto più, ci vogliono strumenti che permettano di organizzarsi e di dare un respiro lungo ai progetti.

Ogni studente e ogni studentessa che si è attivata e ha partecipato alla mobilitazione sa bene che da solɜ non andiamo da nessuna parte, che da soli non riusciamo a ottenere vittorie e miglioramenti, non riusciamo a iniziare a immaginare e costruire un’università e una società più giusta. Il problema non è convincere chi sta dall’altra parte, chi ritiene che sia giusto e buono farsi la guerra tra poverɜ. Non vogliamo convincere chi ha interesse nel mantenere le cose come stanno. Non vogliamo nemmeno semplicemente dire la cosa giusta, vogliamo sottrarre alla passività i tanti e le tante che – ancora – non vedono possibilità di cambiamento. Sappiamo che è possibile perché l’abbiamo vissuto e vogliamo condividerlo.

Perché lottare ancora dentro l’università?

Può sembrare una domanda banale, è però una domanda su cui ci siamo soffermati spesso e la risposta è sempre sì, organizzarsi dentro i nostri atenei è fondamentale. Negli anni, infatti, il diritto allo studio è stato eroso, pezzo per pezzo. Studiare è diventato una corsa a ostacoli per chi non è nato ricco. Sempre meno borse di studio, sempre meno residenze, gli affitti alle stelle. Mentre noi ci arrangiamo tra un lavoro in nero e un altro l’università assume, ogni giorno di più, la forma di una azienda dove regnano competizione e profitto. Scompare la funzione della formazione universitaria, quella che per noi dovrebbe essere la sua vocazione: diffondere conoscenza, crescita collettiva e individuale, sviluppare sapere – pratico e teorico – al servizio dei popoli, dei bisogni reali delle persone e più in generale del progresso dell’umanità.

Abbiamo visto con i nostri occhi quanto le logiche liberali abbiano permeato i luoghi del sapere, trasformandoli sempre di più in esamifici e svendendo il mondo della ricerca agli interessi dei privati. La cultura del merito e della competizione (che ci ha portato via tante, troppe vite) sono solo alcuni degli strumenti con i quali le università italiane per molti anni hanno fatto scomparire dal discorso pubblico la possibilità di un’alternativa al sistema capitalistico: in altre parole, la possibilità di un mondo migliore.

Si sente dire che le università sono e devono rimanere dei luoghi neutri da cui la politica deve stare alla larga: noi pensiamo esattamente il contrario.

L’università rappresenta ancora un campo di battaglia per l’egemonia culturale, un luogo in cui migliaia di giovani si dotano di lenti con cui osservare il mondo. Siamo convintɜ sia necessario lottare al suo interno tanto per contendere il come e il perché si produce sapere, su come e su cosa si investe nel campo della ricerca, quanto per aggredire le condizioni materiali che permettono l’accesso o meno alla formazione. Dove ci dicono “merito” noi leggiamo disuguaglianze. Studiare e formarsi non può essere un privilegio per pochi e affinché non lo sia borse di studio, residenze, lotta al caro affitti devono essere una priorità. Inoltre, l’esperienza comune di tante studentesse e studenti ci suggerisce di non fermarci agli enti per il diritto allo studio e alle università ma di guardare a tutto ciò che ci ruota attorno. Le città universitarie nella loro interezza traggono profitto dalla presenza di migliaia di giovani: lo sanno bene i bar, i ristoranti, gli esercizi commerciali con il loro ricambio molto rapido di forza lavoro da assumere a nero, in grigio, sottopagata.

Studiamo, agitiamoci, organizziamoci

Abbiamo deciso di costruire un coordinamento nazionale dei CAU nel solco tracciato già 16 anni fa, quando un gruppo di giovani compagne e compagni a Napoli cominciò ad auto-organizzarsi in vista della riforma dell’università che di lì a poco sarebbe stata approvata dal governo Berlusconi IV. Con la stessa voglia e la stessa determinazione, pensiamo che sia giunto il momento di far fiorire questa eredità nel resto del paese, facendo nascere in altre città – partendo da Padova e Torino – nuovi CAU che si mobilitino insieme condividendo prospettive, pratiche di lotta e ideali politici.

Non abbiamo dogmi né illusioni, impariamo insieme nella pratica quotidiana e sappiamo che la situazione non è semplice. Affondiamo le radici nella storia comunista, vogliamo esserne eredi e nel nostro piccolo esserne all’altezza. Questa responsabilità ci impone di fare tutto quello che possiamo per ricostruire il terreno su cui camminare. Oggi viviamo una realtà in cui “è più semplice immaginare la fine del mondo piuttosto che la fine del capitalismo”. Per invertire questa tendenza è necessario costruire le condizioni del possibile: immaginare, organizzare, trasformare e iniziare a liberare. Liberare risorse materiali e immateriali nella direzione di giustizia sociale, equilibrio con i sistemi ecologici, creatività, bellezza, felicità che oggi sono invece negate, o ridotte a frazioni della vita, alla maggior parte della popolazione mondiale. Insieme ci proponiamo di approfondire la nostra comprensione della realtà. Una realtà che guardiamo con una prospettiva di classe e internazionalista. Siamo antirazzistə, transfemministə, vogliamo la giustizia ecologica e sociale.

Non crediamo esistano scorciatoie, pensiamo non basti un movimento fluido che si autoalimenta; sicuramente non servono accordi o ammiccamenti con quelle forze che non intendono davvero cambiare le cose, ma mantenerle così come sono. Non serve nemmeno, però, un gruppo chiuso di eletti o autoeletti. La soluzione, che poi non è niente di più dell’indicazione di un problema, è che bisogna cercare un collegamento reale con le persone e con i loro problemi, che bisogna cercare di farle partecipare, sin da subito, in prima persona, che è necessario organizzarsi.

La realtà sociale è in perenne mutamento, sfiancata dal potere economico e politico che la modifica, la disgrega, ne attacca la coscienza ed il senso di appartenenza. Eppure la Classe esiste, ed è ancora possibile costruire riconoscimento, coscienza di chi sono i nostri amici (e di chi invece non lo è), quali sono i nostri interessi comuni e della loro incompatibilità con quelli delle classi dominanti. Questo lo si può fare ascoltando, mettendo in moto processi di partecipazione, rendendo soggetti quelli che oggi sono oggetti di politiche e proclami, facendo inchiesta sui problemi e le nostre condizioni, costruendo un’azione reale e concreta che possa portare anche a piccole vittorie.

Conclusioni (the time is now!)

Questo passo che facciamo, che speriamo di condividere presto con quante più nuove compagne e compagni, non viene dal nulla: abbiamo raccolto il testimone della lunga esperienza del CAU, fuori dalle mura dell’università contribuiamo allo sviluppo e al lavoro dell’Ex OPG Je So Pazzo di Napoli, dello Spazio Catai di Padova, della Casa del Popolo Estella di Torino. Vediamo in Potere al Popolo! l’organizzazione politica e sociale da far crescere per far vivere una reale alternativa nel nostro paese. Con questi strumenti organizzativi, negli anni abbiamo continuato a lottare con tante compagne e tanti compagni in giro per il paese, costruendo un orizzonte di trasformazione comune ai vari terreni di lotta e puntando sempre a ricomporre, dai nostri quartieri ai nostri atenei, segmenti della società tuttora disgregati e atomizzati. Questa è la direzione che continueremo a seguire con il coordinamento nazionale dei Collettivi Autorganizzati Universitari

Non vogliamo invitarvi a resistere, ma ad avanzare insieme.
Il tempo è ora! Unisciti a noi!