DICIAMO NO AL DDL BAVAGLIO

Il DDL 1627 è frutto di una grande bugia. Ed è un chiaro attacco alla nostra democrazia 

L’autunno 2025 si sta dimostrando un periodo tutt’altro che morto: il dibattito pubblico in Italia è accesissimo e le notizie che circolano sono variegate. Tra queste, ne emerge una che ha catturato la nostra attenzione: la presentazione da parte del Senatore Maurizio Gasparri di un disegno di legge rubricato Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, o ddl1627 . Questa proposta è stata presentata in data 6 agosto 2025 e annunciata nella seduta n. 339 del 10 settembre 2025. A partire dal 30 settembre 2025 il suo iter è fermo alla fase d’esame da parte della I commissione permanente agli affari costituzionali del Senato. Sebbene il DDL sia ancora lontano dalla sua approvazione, tale disegno di legge rappresenta però un elemento per analizzare una precisa strategia che la classe politica al potere sta mettendo in campo

Il punto di partenza è la grande solidarietà che i popoli del mondo – italiano compreso – stanno dimostrando con la Palestina, che negli ultimi anni si è tradotta in azioni di boicottaggio, occupazioni di scuole e università, manifestazioni partecipatissime contro il progetto coloniale sionista. Questa attivazione dal basso è in continua evoluzione: è sempre più riconosciuto il ruolo che le istituzioni occidentali hanno nel genocidio del popolo palestinese, il sentimento di sfiducia e la volontà di delegittimare chi governa il paese sta crescendo. 

Per questo crediamo che il ddl1627 non arrivi casualmente. Nel corso dell’analisi si sottolineerà come tale proposta di legge faccia perno su una vecchia e strumentale accusa basata sulla falsa identità tra antisionismo e antisemitismo: a partire dalla mobilitazione per la liberazione della Palestina, anche da questa parte del mondo sono venute a galla contraddizioni sempre più evidenti, alla base delle condizioni di vita sempre più dure ormai comuni alla maggior parte della popolazione e le persone cominciano a riconoscerne i responsabili. Non è un caso che il ddl sia a firma Gasparri (Forza Italia) che nel corso del tempo è stato aperto sostenitore delle politiche del Governo Meloni. Sentono la loro tanto elogiata stabilità vacillare e dunque contrattaccano, cercando di sedare e isolare una mobilitazione che, nelle parole d’ordine, nella determinazione e radicalità che esprime, mette in pericolo gli equilibri su cui si basa il loro potere. La proposta di legge di Gasparri è un ulteriore, fragile, tentativo di porre in essere tale strategia, un tentativo che però è stato prontamente riconosciuto – non a caso, si parla di ddl bavaglio – e che di certo non basterà a proteggerli.

Il ddl1627, con riferimento alla forma in cui è in discussione attualmente, consta di quattro articoli: adotta la definizione di antisemitismo approvata dall’IHRA (art. 1)1 e ne propone l’attiva applicazione secondo tre piani: formazione e sensiblizzazione, “prevenzione” dei comportamenti indice di antisemitismo secondo la definizione in questione – partendo dal scuola e università – e intervento della giustizia penale attraverso l’introduzione di una specifica aggravante nel codice penale. Come però esplicitamente affermano tale definizione e il dettato normativo degli articoli successivi2, tra le condotte perseguibili rientrerebbero anche quelle che si sostanziano in un’aperta critica allo Stato di Israele, definendo queste come espressione di antisemitismo. 

All’articolo 2 vi è poi uno specifico riferimento alle iniziative di formazione, con corsi dedicati al personale di forze di Polizia, militari, docenti, ricercatori universitari e altre categorie, la redazione – entro un anno dall’approvazione della legge – di una guida pratica di lotta contro l’antisemitismo “contenente informazioni sulla legislazione vigente, indicazioni operative, modelli di verbali di denuncia e criteri per la definizione degli elementi costitutivi dei reati e delle circostanze aggravanti connesse a motivi di antisemitismo” e corsi per gli studenti su “antisemitismo, incluso l’antisionismo”. Tutto questo, con fondi disponibili a legislazione vigente, dunque, verosimilmente, sottraendo risorse ad altri settori3

L’articolo 3 è invece rubricato Prevenzione e segnalazione di atti razzisti o antisemiti in ambito scolastico e universitario e relative sanzioni , con riferimento alle conseguenze legali per docenti, ricercatori e personale scolastico qualora tali categorie non tenessero fede ai doveri di prevenzione e segnalazione di comportamenti a sfondo antisemita (secondo la definizione di cui all’art. 1) il tutto definito di concerto dal Ministero dell’struzione e del Merito,  dell’Università e della Ricerca, dell’Interno e della Giustizia4.

L’ultimo articolo concerne le modifiche al codice penale relative all’articolo 604bis c.p., propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa, prevedendo aggravanti qualora la discriminazione in questione si fondi, in tutto o in parte, sull’ostilità, sull’avversione, sulla denigrazione, sulla discriminazione, sulla lotta o sulla violenza contro gli ebrei, i loro beni e pertinenze, anche di carattere religioso o culturale, nonché sulla negazione della Shoah o del diritto all’esistenza dello Stato di Israele o sulla sua distruzione5. Torna, dunque, l’affermazione del legame della critica a Israele  con la propaganda antisemita.

Come si anticipava in apertura, il cardine di questa proposta di legge è un’accusa che abbiamo visto muoverci in maniera ricorrente – sempre in malafede – durante il corso della mobilitazione: le persone, le organizzazioni, che si esprimono contro il progetto coloniale di Israele starebbero invece prendendo posizione contro gli ebrei in un’ottica antisemita. 

Questa presunta identità tra antisionismo e antisemitismo – sostenuta spesso da forze di destra e di estrema destra che l’antisemitismo lo hanno ben radicato nella propria tradizione politica –  ha proprio lo scopo di indebolire la solidarietà con la lotta di liberazione del popolo palestinese. Si tratta di una bugia utilizzata in modo strumentale: la lotta in solidarietà con la Palestina è una lotta antirazzista che comprende, di conseguenza, una forte condanna dell’antisemitismo. L’opposizione al sionismo e allo Stato di Israele muove da una critica di natura politica. Quella al sionismo è proprio una critica a un’ideologia e a una politica fondate su una visione etnico-razziale e suprematista, all’istituzionalizzazione della discriminazione e dell’oppressione. Criticare il sionismo e le strutture discriminatorie dello Stato di Israele non significa dar prova di razzismo ma, al contrario, rifiutare i meccanismi, istituzionali e non, legati alla gerarchizzazione dell’essere umano. Accusare di razzismo e intolleranza chiunque osi contestare le politiche genocide di Israele significa squalificare alla radice le sue posizioni, che non sarebbero dettate da una legittima critica al colonialismo e all’apartheid, ma semplicemente dal pregiudizio e dall’odio nei confronti degli ebrei. Niente di più falso6.

Un episodio che racconta in maniera plastica tale meccanismo di strumentalizzazione è la contestazione dell’allora direttore de la Repubblica Maurizio Molinari durante la presentazione del suo ultimo libro presso la sede di ingegneria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, portata avanti dalle studentesse nel marzo 2024. Sulle pagine del quotidiano che Molinari dirigeva continuavano a spuntare articoli e commenti che contribuivano ad alimentare la narrazione secondo la quale i palestinesi sono un popolo di terroristi e Israele invece rappresenta un barlume di civiltà in una terra senza cultura e schiava del fondamentalismo. Era inaccettabile che in un luogo come l’università, che dovrebbe essere la culla del pensiero critico e dello sviluppo di un sapere libero, venissero raccontate tali bugie mentre i morti in Palestina continuavano – e continuano tutt’ora – ad aumentare: le studentesse in quella sede si opposero alla presenza di Molinari e la presentazione saltò. Il racconto che la Governance dell’ateneo riportò della giornata descrisse chi si era opposto a quella conferenza come un soggetto intollerante, violento e pericoloso; si decise invece di tacere riguardo all’ingresso della polizia nella sede, un grosso schieramento della DIGOS quel giorno varcò la soglia dell’università, non si parlò del modo in cui tentarono di impedire alle studentesse stesse, regolarmente iscritte alla Federico II, di entrare in università. La narrazione fu costruita appositamente per dipingere chi voleva denunciare i crimini di guerra di Israele, chi voleva sottolineare che il genocidio in corso è assolutamente in linea con il progetto sionista, chi voleva dire che non si può tacere davanti a migliaia di bambini, donne e uomini che continuano a morire, che non si può rimanere in silenzio davanti all’occupazione e allo sfruttamento di terre e risorse che non appartengono e non sono mai appartenute all’entità sionista, come un piccolo e isolato gruppo di facinorosi.

Se il ddl1627 dovesse completare il proprio iter e diventare legge, sarebbe un ulteriore strumento per concludere l’operazione che prende le mosse da quell’accusa ridicola: mettere a tacere la voce di chi si sta mobilitando, per la liberazione della Palestina, contro il sostegno dei governi occidentali al genocidio, per delegittimare una classe politica che non rappresenta gli interessi dei soggetti che mandano realmente avanti il paese. Il meccanismo sottile che queste norme farebbero scattare sta nell’attacco diretto al dissenso che si forma nella fascia più giovane della popolazione, tra i banchi di scuole e università. Si punta alle fasce più giovani, costruendo una propaganda che giustifichi ai loro occhi l’operazione coloniale portata avanti da Israele, contemporaneamente criminalizzando la condotta di chi si organizza per opporvisi. Dal volantinaggio alla contestazione, passando per le iniziative di dibattito, tutto sarebbe perseguibile per legge! 

È questa la ragione per cui a nostro avviso il ddl1627 è arrivato proprio ora: la voce che vogliono mettere a tacere sta diventando troppo forte. 

Si è cominciato a vedere un cambiamento con il fortissimo sostegno popolare alla missione della Global Sumud Flotilla. Tutte le mezze misure proposte dal Governo italiano che puntavano sostanzialmente a far abbandonare alla flotta la rotta per Gaza erano degli stratagemmi il cui fine ultimo era depotenziare il portato politico della missione della Global Sumud Flotilla e di conseguenza la mobilitazione – ampia, popolare – che esiste in solidarietà con la Palestina, contro il genocidio. Una flotta civile che rompe l’assedio avrebbe rappresentato un segnale chiaro: boicottare l’occupazione illegale di Israele, contro l’ipocrisia e l’inerzia delle istituzioni occidentali davanti a dei veri e propri crimini di guerra, è possibile. Una missione umanitaria forse non poteva fermare il genocidio, ma interrompere il sostegno dell’Occidente a Israele, spogliarlo delle risorse, delle armi, della legittimità con cui porta avanti la pulizia etnica, questo può eccome. La flotta ha fatto in modo che venisse a galla l’inconsistenza dell’opposizione, delle sigle sindacali confederali che da tempo hanno smesso di fare gli interessi della classe, di Meloni e il suo entourage che, messi con le spalle al muro, in quei giorni non hanno saputo fare altro che andare a piagnucolare in televisione, della Presidenza della Repubblica e pure della Chiesa Cattolica che hanno schiacciato tutto sul piano umanitario per far tornare il popolo nell’indifferenza. Nulla di tutto questo ha funzionato.

La Flotilla ha aperto una strada, che però stava a noi percorrere. E così è stato.

Tra settembre e ottobre 2025 ci sono stati in Italia due scioperi generali, scioperi politici indetti dai sindacati di base. Blocchiamo tutto è diventato più di uno slogan: la classe lavoratrice incrociato le braccia e l’Italia si è fermata. L’attivazione – costante negli ultimi due anni – delle studentesse, non è mancata: decine di atenei occupati in tutto il paese, in più di cinquanta scuole il pubblico servizio è stato interrotto. Il 4 ottobre il corteo nazionale che ha attraversato le strade di Roma ha visto la partecipazione di un milione di persone. Tutto questo, contro il sostegno del nostro paese al genocidio, contro il Governo Meloni.

Al di fuori di ogni artificio retorico, ci si è mobilitati come blocco: si è fatto appello alla capacità di attivazione di ognuno, un blocco che non è solo un’evocazione, ma una pratica concreta e replicabile che ha permesso a gruppi diversi di attivarsi contemporaneamente in contesti e con modalità differenti. 

In questi mesi, abbiamo visto tutti i pezzi del sistema – il Governo, una certa parte del giornalismo italiano, imprese private di cui l’attuale classe politica fa gli interessi – minacciati, ricompattarsi. Ma abbiamo visto anche che, se agiamo tutte insieme, abbiamo la forza di far tremare questo sistema. Abbiamo dimostrato di avere un potere e questo ddl è un ulteriore sintomo della difficoltà, a livello di legittimazione e consenso, in cui li abbiamo fatti precipitare. 

Grazie alla Palestina anche da questa parte del mondo qualcosa sta accadendo: sempre più persone si stanno attivando, sempre di più si diffonde la volontà di costruire un’alternativa. Ciò che si considerava immutabile, inizia a non sembrare più tale. 

Per questo il ddl bavaglio non tocca quel gruppetto di facinorose e violente militanti di cui la controparte ama parlare, ma ci tocca tutte, tocca chiunque non voglia rassegnarsi al futuro di precarietà, insicurezza e sfruttamento a cui vogliono costringerci. Tocca chiunque non riesca ad accettare che in questo paese si possa morire di lavoro a 19 anni, tocca chiunque non possa sopportare che un uomo perda la vita in carcere perché gli sono state sistematicamente negate le cure mediche, tocca chiunque decida di non sottostare allo schema per cui si debba necessariamente scegliere se avere una vita dignitosa o lasciare la propria terra, tocca chiunque creda che avere una casa e andare a scuola siano diritti fondamentali, tocca chiunque sia convinta che a far sentire la propria voce, insieme, non sia un crimine, ma la vera definizione di democrazia. 

Continuiamo a mobilitarci per la Palestina, per la liberazione di quella terra e di quel popolo, consapevoli che proprio grazie a chi dall’altra parte del Mediterraneo resiste noi abbiamo alzato la testa, che è grazie a chi lotta contro l’ingiustizia più grande del mondo che, continuando a organizzarci, possiamo far alzare dalle poltrone che stanno scaldando, da Gasparri a Meloni, tutti coloro che non fanno gli interessi nostri e di quelli come noi, che ci sfruttano e ci opprimono, che sono complici di un genocidio. Noi vogliamo cambiare tutto, loro no. No al ddl bavaglio: Palestina libera tutte. 

  1. Art. 1 c. 2 ddl1627: ai sensi della definizione di cui al comma 1 e ai fini della presente legge, per «antisemitismo» si intende una specifica percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree o non ebree, i loro beni, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto ↩︎
  2. Art. 2 c. 2 ddl1627:  il Ministro dell’istruzione e del merito istituisce, presso le scuole di ogni ordine e grado, corsi annuali di formazione rivolti agli studenti, al fine di favorire il dialogo tra generazioni, culture e religioni diverse, e di contrastare le manifestazioni di antisemitismo, incluso l’antisionismo. / Art. 4 c. 1 ddl1627: la stessa pena si applica qualora la propaganda, l’istigazione o l’incitamento si fondano, in tutto o in parte, sull’ostilità, sull’avversione, sulla denigrazione, sulla discriminazione, sulla lotta o sulla violenza contro gli ebrei, i loro beni e pertinenze, anche di carattere religioso o culturale, nonché sulla negazione della Shoah o del diritto all’esistenza dello Stato di Israele o sulla sua distruzione ↩︎
  3. Art. 2 ddl1627: 1. i Ministeri della difesa, della giustizia, dell’interno, dell’istruzione e del merito e dell’università e della ricerca promuovono corsi di formazione iniziale e progetti di formazione continua destinati ai militari, ai magistrati, al personale della carriera prefettizia, alle Forze di polizia, ai docenti delle scuole di ogni ordine e grado e ai docenti e ricercatori universitari. I corsi e i progetti di cui al presente comma sono specificamente dedicati allo studio della cultura ebraica e israeliana e all’analisi di casi di antisemitismo, nonché, con specifico riferimento alle Forze di polizia, alla formazione in materia di redazione dei verbali di denuncia di atti di antisemitismo. A tale scopo, il Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro della giustizia, adotta, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, con proprio decreto, una « Guida pratica di lotta contro l’antisemitismo », contenente informazioni sulla legislazione vigente, indicazioni operative, modelli di verbali di denuncia e criteri per la definizione degli elementi costitutivi dei reati e delle circostanze aggravanti connesse a motivi di antisemitismo. 2. Il Ministro dell’istruzione e del merito istituisce, presso le scuole di ogni ordine e grado, corsi annuali di formazione rivolti agli studenti, al fine di favorire il dialogo tra generazioni, culture e religioni diverse, e di contrastare le manifestazioni di antisemitismo, incluso l’antisionismo. 3. All’attuazione del presente articolo si provvede nei limiti delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente. ↩︎
  4. Art. 3 ddl1627: 1. Con regolamento da adottare ai sensi dell’articolo 17, comma 1, della legge 23 agosto 1988, n. 400, su proposta del Ministro dell’istruzione e del merito, di concerto con i Ministri dell’università e della ricerca, dell’interno e della giustizia, sono definite le misure volte alla prevenzione e alla tempestiva segnalazione di atti a carattere razzista o antisemita nell’ambito scolastico e universitario, anche attraverso il coordinamento tra le istituzioni e le amministrazioni interessate. 2. Nei casi di violazione dei doveri di prevenzione e segnalazione di cui al comma 1, si applicano: a) nei confronti del personale scolastico, le sanzioni di cui all’articolo 492 del testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado, di cui al decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297; b) nei confronti dei docenti e ricercatori delle università, il procedimento disciplinare e le sanzioni di cui all’articolo 10 della legge 30 dicembre 2010, n. 240. ↩︎
  5. Art. 4 ddl1627: 1. All’articolo 604-bis del codice penale sono aggiunti, in fine, i seguenti commi: « La stessa pena si applica qualora la propaganda, l’istigazione o l’incitamento si fondano, in tutto o in parte, sull’ostilità, sull’avversione, sulla denigrazione, sulla discriminazione, sulla lotta o sulla violenza contro gli ebrei, i loro beni e pertinenze, anche di carattere religioso o culturale, nonché sulla negazione della Shoah o del diritto all’esistenza dello Stato di Israele o sulla sua distruzione. Per i reati commessi ai sensi del quarto comma, se l’offesa è recata con l’uso, in qualsiasi forma, di segni, simboli, oggetti, immagini o riproduzioni che esprimano, direttamente o indirettamente, pregiudizio, odio, avversione, ostilità, lotta, discriminazione o violenza contro gli ebrei, la negazione della Shoah o del diritto all’esistenza dello Stato di Israele, la pena è aumentata fino alla metà ». 2. Ai reati di cui all’articolo 604-bis del codice penale, come modificato dal comma 1 del presente articolo, si applicano le disposizioni di cui al capo II del titolo II del decreto legislativo 10 ottobre 2022, n. 150, in materia di giustizia riparativa ↩︎
  6. Per maggiori approfondimenti sul tema si veda La questione palestinese e noi, autoproduzione dell’ExOpg – Je so’ Pazzo, aprile 2024 https://jesopazzo.org/wp-content/uploads/2024/07/La-questione-palestinese-e-noi-EXOPG-1.pdf ↩︎

UN MILIONE NON CI BASTA

La piazza del 4 ottobre vale molto di più

Il 4 ottobre, come il 3 ottobre e il 22 settembre, tutti noi siamo stati protagonisti di giornate dalla portata storica. Davanti ai nostri occhi si è reso evidente un cambiamento inequivocabile nei modi di stare insieme in piazza, nel parlare del genocidio, nel tipo di forza e di radicalità messe in campo.

Nel Paese dell’immobilismo assoluto, l’Italia, finalmente tutti hanno dovuto scegliere da che parte stare. Se con la Flottiglia e la Palestina oppure con il Governo Meloni, il governo dell’invio di armi a Israele e della complicità con il genocidio. La maggior parte delle persone – la parte migliore del Paese – ha scelto la prima opzione: non essere complici, in nessun modo, con il genocidio in corso in Palestina.

Ma non solo! Il dato ancor più entusiasmante che emerge dalle mobilitazioni delle ultime settimane è aver connesso il supporto alla causa palestinese con la lotta politica contro il Governo Meloni. Due facce della stessa medaglia.

“Blocchiamo tutto” non è stato solo uno slogan, ma una promessa mantenuta nei fatti: stazioni occupate, strade, università e porti bloccati. I lavoratori, gli studenti, i precari, ognuno si è organizzato – mai da solo – nei propri luoghi per bloccare la macchina bellica e genocida “made in” casa nostra e attiva in Palestina.

Il supporto alla Palestina è diventato denominatore comune. Tutti, ad eccezione dei complici, affermano “è genocidio”. E pensare che non sono passati nemmeno due anni da Mara Venier in diretta RAI contro Ghali…

Tutto ciò non si è realizzato autonomamente

Anzitutto è merito della tenacia del popolo palestinese e della sua resistenza che va avanti da 76 anni. Ma è frutto anche del coraggio che hanno dimostrato ovunque le organizzazioni politiche, i sindacati e gli attivisti solidali, tra i quali l’equipaggio della Global Sumud Flotilla che ha agito da catalizzatore dell’orrore verso le immagini del genocidio a Gaza e del sentore collettivo di non poter rimanere inermi davanti ad esse. La Global Sumud Flotilla ha messo sotto i riflettori del dibattito pubblico non solo la crisi umanitaria del genocidio, ma l’esigenza di opporsi politicamente all’assedio in corso a Gaza, rivelando la vigliaccheria e inettitudine dei nostri governi occidentali, incapaci di comportarsi da stati sovrani – che ne dica Giorgia – quando ci sono di mezzo Israele o gli USA.

La Flotilla è stata fermata, i compagni stanno tornando ognuno nei Paesi d’origine. Ma la missione no, non è ancora giunta a termine e sta a noi prenderne il timone.

Abbiamo la responsabilità politica e morale di continuare a fare pressione sui nostri governi e lavorare instancabilmente affinché la potenza mobilitativa che abbiamo mostrato – e ne abbiamo dimostrata tanta – possa essere in grado di ribaltare completamente gli equilibri in campo. Abbiamo la forza per trasformare il mondo, per contendere il potere a chi adesso, non solo non sta facendo assolutamente nulla per il popolo gazawi, ma è totalmente piegato ad un’agenda economica che impoverisce le classi popolari in Italia.

In tempi di incertezza, di autoritarismo e di guerra simili a quelli presenti – circa cent’anni fa – Antonio Gramsci diceva: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.

Oggi, nel buio si intravede una luce. Probabilmente ci stiamo lasciando alle spalle il vecchio e nell’orizzonte vi è il nuovo che avanza. Le giornate che ci hanno visti convolti sembrano testimoniare infatti che il futuro non è già scritto.

In questi anni di crisi, di passivizzazione, di precarietà che ognuno ha sperimentato duramente su più ambiti della propria vita ci hanno fatto credere che insieme non avremmo mai avuto la forza di valere qualcosa, di cambiare qualcosa. Eppure, queste ultime settimane ci hanno raccontato un’altra storia: non solo insieme siamo forti, ma della nostra potenza, i Potenti (sic!) hanno paura.

Questo nuovo che avanza sta provando con tutte le sue forze a nascere, anche se è ancora in una fase germinale e fragile, circoscritto a pochi momenti che certamente ci hanno riempito il cuore di gioia e di rabbia. La manifestazione di ieri, così come gli scioperi precedenti hanno dimostrato molto delle nostre capacità collettive.

Ora è il momento di fare ancora di più. Come Collettivi Autorganizzati Universitari abbiamo il compito di trasformare la potenza di queste giornate in determinazione, contribuendo a fare in modo che coloro i quali sono stati parte attiva di queste giornate restino forza costante, organizzandosi in settori di lotta più ampi e generali, per non disperdere nulla. A muoverci è la convinzione che ora abbiamo l’occasione di trasformare davvero il presente, per un futuro diverso.

La coscienza generalizzata che si sta manifestando in questi giorni esige determinazione. Bisogna fare in modo che queste giornate non siano solo un bel ricordo e che a queste non segua il riflusso. Occorre che tutti coloro che si sono avvicinati alla mobilitazione continuino a lottare, ad organizzarsi, convinti della strada che stiamo percorrendo insieme.  

Sembra strano da scrivere, e si teme perfino nel dirlo ad alta voce, ma in queste giornate abbiamo creato le condizioni per un movimento di massa che faccia tremare le poltrone di chi ci governa.

Continuiamo a lavorare insieme in questa direzione. Non temiamo di assumerci questa responsabilità e la forza per renderla effettiva.

25 aprile 2025: Liberiamoci da guerra, riarmo, genocidio!

Il 25 aprile è il simbolo che rappresenta i due anni che l’hanno preceduto, gli anni della guerra di Liberazione. Sono i due anni in cui le classi popolari italiane hanno finalmente avuto modo di organizzarsi per liberare l’Italia dal ventennio fascista che aveva annientato i diritti civili, sociali e politici, costringendo milioni di persone a conformarsi ad una dittatura sanguinaria, suprematista, coloniale, machista. Il fascismo infatti era prima di tutto il riflesso di una cultura pavida, ignorante, umiliata, che reagisce con la violenza e il dominio e si fa forte col debole per terrorizzare le masse e mantenerle in uno stato di controllo e disciplina. Allo stesso tempo era un sistema sociale sostenuto dalle classi dominanti, dagli industriali e dalla borghesia agricola che temevano di subire in Italia un sollevamento socialista come accadeva in Germania e in Russia dopo la Prima Guerra Mondiale. 

Chi erano invece i partigiani? Erano lavoratrici e lavoratori, contadini e contadine, studenti e studentesse che avevano sperimentato sulla loro pelle le brutture del regime fascista. Che per anni avevano dovuto rinunciare all’attività politica, o avevano dovuto continuarla in clandestinità, mentre Mussolini stringeva l’alleanza coi nazisti, emanava leggi razziali e suprematiste, depredava e massacrava gli abitanti delle colonie. Sono le lavoratrici che già dai primi mesi del 1943 scioperano, nonostante lo sciopero sia illegale, e indeboliscono il regime rallentando la produzione. 

I partigiani e le partigiane sono coloro che quando le forze statunitensi sbarcano in Italia, vedono davanti a loro un’occasione: l’occasione di combattere in prima persona, di riappropriarsi della propria forza politica a lungo repressa, di farsi collettività e di lottare non solo per un’Italia libera dal nazifascismo, ma per un mondo più giusto, più libero e più equo. I partigiani e le partigiane sono coloro che sperano che la liberazione dal fascismo sarà anche liberazione dal capitalismo, dallo sfruttamento, dalle disuguaglianze, il primo tassello per una società di donne e uomini liberi ed uguali. 

Ed è proprio questa la prospettiva che dobbiamo rilanciare oggi quando ci troviamo a celebrare il 25 aprile e la Resistenza.

La liberazione non può essere un mero esercizio di memoria fine a sé stesso, ma acquista il suo senso solo se calato nel presente. Un presente, il nostro, che ci sta mostrando quanto è facile scivolare nuovamente nel fascismo! Il capitalismo, dopo qualche decennio di assestamento, dopo averci fatto credere che la storia fosse giunta al capolinea con le democrazie liberali, sta ora mostrando la sua faccia più brutale. Il sogno di libertà e uguaglianza delle partigiane si è infranto contro il profitto di pochi e lo sfruttamento di molti. Le crisi finanziarie, cicliche per natura, necessitano di riprendersi tramite la speculazione dell’industria militare: è successo negli anni che precedono la Prima Guerra Mondiale e succede oggi con la retorica del riarmo promossa dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti. Ogni giorno vediamo i nostri governi soffiare sulle paure, fomentare l’odio del diverso e del più debole e proclamare la superiorità della cosiddetta “civiltà europea”, mentre facciamo annegare i migranti ai nostri confini e mentre finanziamo il regime coloniale dello Stato d’Israele che tenta di annientare il popolo palestinese e di creare un impero in Medio Oriente. Questo accade davanti ai nostri occhi, giorno dopo giorno, mentre noi ci sentiamo sempre più inutili, depressi, alienati, soli, incapaci di convogliare la nostra rabbia in un’azione politica veramente trasformativa. 

Ma è proprio dal popolo palestinese che possiamo e dobbiamo reimparare il significato della Resistenza. La dignità e la forza dei e delle palestinesi, che continuano a resistere da un secolo al dominio coloniale dell’occidente, alla barbarie imposta loro da Israele, al colonialismo di insediamento che distrugge famiglie e comunità autoctone, deve esserci di esempio. La capacità dei palestinesi di stringersi l’uno all’altra nei momenti più bui, di godere della vita nonostante il genocidio, di organizzarsi e rispondere al dominio Israeliano con la lotta in tutte le sue forme, è quanto di più vicino allo spirito dei partigiani e delle partigiane italiane durante la guerra di Liberazione. La resistenza palestinese è la prova che solamente la lotta rende liberi, che solo insieme possiamo sconfiggere l’oppressione, che solo quando gli sfruttati alzano la testa si può cambiare il mondo. 

Come studenti e studentesse universitarie oggi abbiamo un compito ben preciso.

L’università cede sempre più spazio e potere alla logica aziendalistica e di mercato che la sta privando, a colpi di decreti e riforme, delle risorse materiali necessarie per svolgere il suo ruolo. Ruolo che dovrebbe essere la formazione di persone in grado di interpretare il mondo e di mettere la cultura e le loro capacità al servizio della società, in direzione di una crescita collettiva. Vediamo invece come il sapere e la scienza siano sempre più legati agli interessi economici delle classi dirigenti. Guidata dalla retorica del Rearm Europe, l’università sta diventando un avamposto dell’industria bellica, una fucina in cui le conoscenze sono incanalate nella produzione di armi, sistemi di sorveglianza e veicoli militari, mentre le facoltà umanistiche forniscono la legittimità ideologica all’imperialismo occidentale. Dobbiamo organizzarci e lottare all’interno dell’università per liberarci dalla militarizzazione, per bloccare gli interessi dei guerrafondai e per proporre un modello di società più libera e giusta. Per trasformare il mondo e cambiare la vita.

Questo è lo spirito col quale vogliamo ricordare il 25 aprile: riappropriamoci della nostra forza, dei nostri sogni e dei nostri ideali. Attiviamoci collettivamente, mobilitiamoci contro i padroni del mondo e contro il riarmo, sostanziamo le parole con i fatti e boicottiamo l’industria militare. Organizziamoci per la resistenza, per la liberazione, per il futuro.

NELLA MEMORIA L’ESEMPIO, NELLA LOTTA LA PRATICA. 

ORA E SEMPRE, RESISTENZA!

Tempi di crisi e tempi di opportunità: internazionalismo tra pensiero e azione

Riflessioni dall’Assemblea internazionale dei popoli

Durante le mobilitazioni per la Palestina dell’ultimo anno e mezzo ci sono state alcune parole che ci hanno guidato e che continuano a muoverci: resistenza, libertà, giustizia, internazionalismo. In questo contributo ci vogliamo concentrare su quest’ultima parola, condividendo cosa significa internazionalismo per noi a partire dalla nostra esperienza come membri della delegazione giovanile europea che ha preso parte all’ultima riunione dell’Assemblea internazionale dei popoli (AIP), svoltasi in Brasile nella seconda metà di febbraio.

Internazionalismo per noi non significa aderire in modo testimoniale a singole campagne di solidarietà ma vuol dire includere come parte integrante del nostro pensiero e della nostra azione politica un impegno concreto e collettivo a sostegno dei popoli oppressi di tutto il mondo. Queste possono sembrare parole astratte, molto belle ma piuttosto distanti dalla nostra quotidianità militante e non solo. Ebbene, la partecipazione alle riunioni dell’AIP ci ha confermato che non è così, rendendo evidente ciò che ci insegna anche la nostra lotta al fianco del popolo palestinese e di quello libanese: l’internazionalismo fa parte della nostra agenda politica, non solo a parole ma anche nei fatti. Un’agenda politica che non costruiamo da solɜ ma che realizziamo attraverso il dibattito, l’organizzazione e la lotta condivisa insieme a compagne e compagni di tutto il mondo.

Insieme a organizzazioni giovanili di moltissime regioni diverse abbiamo discusso per tre giorni del ruolo che possiamo avere nella costruzione di un fronte internazionalista e antimperialista. Si tratta di un compito urgente oltre che necessario nel contesto politico ed economico attuale, dove è sempre più evidente la crisi del modello imperialista, a partire dall’indebolimento dell’egemonia degli USA. Il caso del genocidio in Palestina ce lo dimostra in modo chiaro: quando il sistema dominante è in crisi mostra tutta la sua violenza. Assistiamo quindi alla rielezione di Trump e alle sue mosse sfacciate in materia di politica estera, mentre per quanto riguarda la politica interna il neoeletto presidente si dà alla guerra aperta contro le persone povere e migranti rendendole il suo nemico numero uno. Vediamo un’Unione europea che va sempre più a destra e che decide di investire 800 miliardi di euro per il riarmo, rispondendo alla spinta della NATO verso una sempre maggiore militarizzazione dei nostri territori. Guardiamo lo scoppio di nuove guerre e il protrarsi di vecchi conflitti in Africa e in Asia, a partire dal Medioriente, dove la vita di interi popoli viene considerata meno preziosa dell’accesso a risorse naturali e degli interessi di governi occidentali e grandi multinazionali. Osserviamo cambi di regime, reali o falliti, in America Latina. Tutto questo colpisce soprattutto le classi popolari, la gente comune: le condizioni materiali di vita e di lavoro peggiorano e sono sempre più precarie e incerte, l’accesso a servizi di base come sanità, casa e istruzione è sempre più difficile e costoso, il divario tra ricchi e poveri aumenta e lo stesso si appresta a fare il conflitto sociale. 

Di fronte a tutto questo, momenti di scambio e di pratica politica collettiva come quelli offerti dall’AIP ci permettono di non limitarci ad essere spettatori di questo periodo di crisi. Anzi è proprio in periodi come questi – periodi in cui le contraddizioni del sistema capitalista in cui viviamo diventano più evidenti – che dobbiamo saper cogliere l’occasione e proporre un’alternativa reale, un’alternativa socialista. Dobbiamo migliorare la nostra analisi e affinare la nostra teoria politica, restituendo legittimità a un pensiero marxista e materialista che è stato indebolito dall’egemonia neoliberale degli ultimi decenni. E proprio a partire da una prospettiva materialista dobbiamo riuscire a unire la teoria alla pratica, costruendo un’azione politica che riesca a incidere sulle condizioni materiali di vita dei popoli di tutto il mondo. Certo non è un compito facile, ma non partiamo da zero: è proprio nell’AIP che troviamo un esempio di solidarietà attiva e di impegno condiviso tra compagne e compagni di moltissime regioni diverse del mondo. Compagni e compagne che si organizzano assieme a noi, che ci ricordano che non siamo da solɜ, che discutono con noi delle sfide che si trovano ad affrontare e che ci offrono con grande generosità e umiltà i successi delle loro lotte. 

Plenaria dell’AIP, scuola nazionale Florestan Fernandes
Riunione delle delegazioni giovanili dell’AIP, scuola nazionale Florestan Fernandes

Un esempio molto chiaro di questo ci viene dallɜ compagnɜ del Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (detto anche Movimento Sem Terra, MST) che ci hanno ospitato e accolto nelle loro scuole di educazione politica e nelle loro terre occupate durante i giorni che abbiamo passato in Brasile. Nato ormai quarant’anni fa, l’MST è senza ombra di dubbio uno dei più grandi movimenti sociali dell’America latina. Presente in oltre una ventina di Stati federati del Brasile, riunisce circa 2 milioni e mezzo di persone. Questo movimento nasce per chiedere la realizzazione della riforma agraria in un Paese in cui pochi ricchi imprenditori del cosiddetto agrobusiness controllano milioni di chilometri quadrati di terra. Le terre coltivate alle dipendenze di questi grandi proprietari terrieri diventano spesso delle monocolture per produrre materie prime come caffè, canna da zucchero, mais e soia destinate alle grandi multinazionali. Tutto questo alle spese non soltanto della terra, che viene sfruttata e inquinata dall’agricoltura intensiva, ma anche della popolazione rurale che viene spinta verso le città, dove viene relegata nelle periferie andando ad ingrossare le statistiche su povertà e disoccupazione. 

L’MST risponde all’agrobusiness e alla sua violenza principalmente attraverso la pratica dell’occupazione: dopo aver individuato dei territori incolti o abbandonati, lɜ militanti vi creano un accampamento dove si trasferiscono centinaia se non addirittura migliaia di famiglie. Si tratta di famiglie che spesso vivevano già nella zona in condizioni povere e precarie e che attraverso l’occupazione riescono ad avere un pezzo di terra da coltivare, da cui trarre le risorse per il proprio sostentamento e su cui costruirsi una casa. Le famiglie prendono possesso della terra non attraverso un atto di proprietà ma attraverso il loro lavoro, che permette di costruire e sostenere un modello economico e sociale radicalmente diverso da quello neoliberale dell’agrobusiness e dell’impoverimento della popolazione rurale. Attraverso il lavoro e la sua pianificazione, ogni famiglia contribuisce alla produzione di prodotti che servono innanzitutto ad alimentare la comunità che anima l’accampamento. L’eventuale surplus della produzione viene venduto e i ricavi sono impiegati per migliorare l’accampamento e per potenziare la produzione. Il consolidamento di un accampamento può contribuire in modo positivo alla sua legalizzazione: infatti, se inizialmente le occupazioni di terra sono illegali è possibile in molti casi arrivare a una loro legalizzazione attraverso delle battaglie legali che possono durare anche molti anni. Questo passaggio formale riduce solo di poco le forme di violenza, minaccia e repressione che gli accampamenti subiscono dagli ex proprietari delle terre occupate e dalla polizia. Nonostante queste difficoltà, le occupazioni non si fermano: attraverso la loro esistenza, affermano con forza l’esistenza di un progetto politico socialista in grado di cambiare in meglio la vita di centinaia di migliaia di persone.

Installazione artistica all’ingresso della scuola nazionale Paulo Freire

Si tratta di un progetto politico che mette al centro il lavoro e lo distribuisce tra tutte le persone che fanno parte di un accampamento, che viene portato avanti in maniera autogestita attraverso delle assemblee a vari livelli: punto chiave dell’organizzazione sono i nuclei di base, che riuniscono poco più di una decina di famiglie. Spetta ai nuclei di base organizzarsi per fare in modo che tutti i compiti previsti vengano coperti, dalla tutela della sicurezza dell’accampamento alla cucina, dalle questioni legate a genere e sessualità all’educazione politica. Questo ci è stato spiegato dalle compagne che ci hanno accolto durante la nostra visita all’accampamento Marielle Vive, un accampamento ancora illegale a Valinhos fondato nel 2018 che ospita circa 300 famiglie. Qui ci è stato mostrato quanto siano importanti i corsi di alfabetizzazione offerti dal MST alla popolazione locale, che in larga parte non sa né leggere né scrivere, e ci è stato raccontato il ruolo fondamentale che ha l’accampamento per donne povere e donne vittime di violenza domestica, che nella terra occupata trovano una comunità che le accoglie e che offre loro dei mezzi per sopravvivere nel rispetto della propria libertà e autodeterminazione.

Accoglienza all’accampamento Marielle Vive
Accampamento Marielle Vive

Abbiamo visitato anche l’accampamento Irma Alberta, che ospita diverse centinaia di famiglie provenienti dalla periferia di São Paulo. Si tratta di un’occupazione legalizzata che si basa sui due pilastri del MST: lavoro agricolo, che viene organizzato in modo pianificato, e educazione politica, che passa tanto da momenti specifici di formazione quando attraverso l’arte – nel caso specifico, il teatro – e la cultura. L’importanza dell’educazione politica è stata uno dei temi centrali dei dibattiti fatti nel contesto dell’AIP, che non a caso si sono svolti tra la scuola nazionale Paulo Freire, situata nel centro di São Paulo, e la scuola nazionale Florestan Fernandes. Fondata 20 anni fa su una terra occupata a Guararema, oggi è un punto di riferimento non solo per l’MST ma anche per compagnɜ internazionalistɜ da tutto il mondo.

Insieme abbiamo individuato gli obiettivi principali che può avere l’educazione politica all’interno di un’organizzazione antimperialista e anticapitalista. Questi obiettivi si rintracciano a partire dal metodo a cui facciamo riferimento: adottare una prospettiva materialista ci impone di legare la pratica dell’azione politica con la teoria del dibattito e dell’analisi. Le due cose non possono essere scisse: senza una teoria rivoluzionaria non ci può essere un processo politico rivoluzionario che sia realmente in grado di trasformare il presente. Una teoria solida da cui partire permette non solo di comprendere la realtà, analizzandone le contraddizioni e individuandone cause ed effetti, ma anche di andare oltre questa realtà e proporre un’alternativa concreta che riesca a parlare a sempre più persone. Nell’ottica di costruire questa alternativa, l’educazione politica permette di consolidare l’organizzazione attraverso un processo continuo di formazione a tutti i livelli. Infatti, se da un lato è fondamentale che i quadri di un’organizzazione crescano e siano parte attiva di riflessioni e dibattiti, aggiornando costantemente il proprio orizzonte teorico, dall’altro è imprescindibile ampliare la coscienza politica di chi ancora non fa parte di un’organizzazione o ci si sta avvicinando, così da aumentarne il coinvolgimento e alimentarne la fiducia verso un’alternativa che, come ci insegnano tanto la teoria marxista quando le esperienze di lotta socialista del MST, non solo è necessaria ma è anche possibile. 


In questo processo che unisce teoria e pratica politica, in quanto giovani abbiamo un ruolo fondamentale: siamo allo stesso tempo la base e il futuro delle organizzazioni di cui facciamo parte, contribuendo a una loro innovazione costante. Noi giovani portiamo energie e idee nuove che aiutano a consolidare i percorsi di lotta, inserendovi delle prospettive che contribuiscono ad espandere la nostra azione politica e a coinvolgere sempre più persone. Lo stiamo dimostrando con il ruolo centrale delle mobilitazioni universitarie al fianco del popolo palestinese, lo dimostriamo anche nel nostro impegno nella lotta transfemminista, in quella ecologista e in tante altre. In un tempo in cui il sistema che ci opprime, capitalista e imperialista, mostra il suo vero volto e scopre le sue contraddizioni, in un tempo in cui aumentano la precarietà e lo sfruttamento e le condizioni di vita e di lavoro peggiorano per porzioni sempre più grandi della popolazione mondiale, è nostro compito saper cogliere l’opportunità e riuscire a trasformare questo presente. Per farlo dobbiamo essere prontɜ, formarci e organizzarci. Esperienze come quelle dell’AIP ci mostrano che in questo non siamo solɜ: lottiamo insieme a compagni e compagne di tutto il mondo, unitɜ da un internazionalismo che ci dà forza e ci mostra che partendo da un impegno condiviso possiamo costruire il futuro che ci immaginiamo.

Celebrazione dei 40 anni del MST e dei 20 anni della scuola nazionale Florestan Fernandes durante il Red Book Day

Oltre la riforma: una critica dell’università presente per la costruzione di una società diversa

Introduzione

Da qualche mese ormai – con alcune anticipazioni durante l’estate 2024 – sta crescendo l’attenzione dei movimenti studenteschi e delle organizzazioni universitarie verso la nuova riforma dell’università firmata Bernini, accompagnata da ingenti tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) degli Atenei. In questo periodo, numerosi articoli hanno esaminato il problema dell’università attraverso analisi e letture più o meno approfondite. Alcuni si sono limitati a descrivere la riforma in atto, mentre altri hanno perfino predetto una grande mobilitazione nazionale, dando per scontato che questa rappresenti automaticamente un reale contrasto politico ai rapporti di produzione e sfruttamento dominanti. Tuttavia, questo affrettato entusiasmo rischia di nascondere pericolose alleanze e obiettivi sfuggenti, spesso legati a logiche corporative o settoriali piuttosto che a una critica radicale del sistema capitalistico.

Segnaliamo quindi la presenza di un dibattito già avviato a giugno 2024 con il primo articolo di Jacobin Italia, intitolato Doppio colpo all’università1. Con l’inizio del 2025, vediamo che si è passati dalla fase di discussione teorica alla messa in pratica: l’8 e il 9 febbraio a Bologna si sono riunite tutte le assemblee, i collettivi e i gruppi che in questo periodo si sono costituiti o hanno iniziato a riflettere sulla riforma e sulle possibili strategie di opposizione. Nel frattempo, il collettivo pisano Exploit e i collettivi vicini all’Assemblea Precaria di Pisa hanno prodotto un testo in cui chiedono alle realtà universitarie di unirsi contro questa riforma e contro l’attuale governo. Ciò accade dopo che il 20 dicembre scorso, con un forte investimento politico da parte di alcune componenti a “sinistra” dell’FLC CGIL, supportate dai sindacati universitari Link e ADI sono stati convocati gli Stati di agitazione universitaria alla Sapienza, in risposta agli Stati Generali della CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane), riuniti contemporaneamente alla Camera dei Deputati.

Facendo un ulteriore passo indietro, prima di entrare nel merito del documento, è importante menzionare che nell’autunno dello scorso anno sono nate, a Bologna, Pisa, Genova, Torino, Firenze, Napoli e Trento, delle assemblee sotto il nome di Assemblee precarie

Questi gruppi, composti da realtà studentesche, collettivi politici, ricercator3, dottorand3 e precar3 dell’università, rappresentano un importante tentativo di aggregazione tra soggetti con diverse sensibilità e approcci, spaziando da posizioni più radicali a istanze più moderate. Nonostante la loro eterogeneità, le Assemblee precarie hanno iniziato a delineare una prima tabella di marcia proprio con l’assemblea di Bologna, individuando nei mesi di marzo e aprile delle date di sciopero e di mobilitazione.

Tuttavia, è chiaro che siamo ancora in una fase embrionale: la composizione delle assemblee rimane variegata e il coinvolgimento della componente studentesca, così come di tutte le figure che lavorano all’interno dell’università, è un processo in divenire che richiede ulteriori sforzi per consolidarsi. In questo momento, molte di queste realtà si stanno concentrando principalmente sul “che fare”, cercando di definire strategie pratiche per rispondere alle urgenze poste dalla riforma universitaria, dai tagli già avviati e dalle condizioni di precarietà crescente dentro e fuori l’università. Sebbene sia ancora meno sviluppata la riflessione sul “perché farlo”, ovvero sulle cause strutturali delle trasformazioni in atto, ciò non deve essere letto come una debolezza insormontabile, ma piuttosto come una sfida da affrontare collettivamente nei prossimi passaggi.

Il nostro orizzonte, che verrà delineato più chiaramente nel corso del testo, guarda al micromovimento attualmente in atto intorno alla riforma Bernini come a un’opportunità per costruire un’unità di intenti fondata su obiettivi di trasformazione della realtà. Crediamo infatti che tale processo debba coinvolgere tutti i settori dell’università – dall3 student3 all3 docenti, dai ricercator3 all3 lavorator3 tecnico-amministrativi – e, allo stesso tempo, possa estendere la lotta oltre i confini accademici, intrecciandola con le mobilitazioni del mondo del lavoro e delle lotte sociali. Per ora, ci limitiamo a osservare che esistono premesse significative per un percorso di cambiamento reale, ma molto dipenderà dalla capacità di tradurre le istanze emergenti in una visione condivisa e, soprattutto, in azioni coordinate. Gli attori e le dinamiche fin qui descritte rappresentano solo un punto di partenza, ma il movimento sembra pronto a scrivere nuovi capitoli, aprendo spazi di conflitto e di proposta che vadano oltre l’università stessa.

Un’ultima premessa: questo documento parte da lontano perché l’università è sempre stata un terreno di scontro cruciale, oggetto di tagli e riforme volte a ridurne l’autonomia e la funzione sociale. Allo stesso tempo, essa è spesso stata un luogo di formazione politica per intere generazioni di militanti, attivisti e – va detto – anche membri della classe dirigente (la nostra controparte politica, per intenderci). Per il suo ruolo formativo e di “introduzione al mondo del lavoro”, l’università è sempre stata un campo conteso tra spinte progressiste, forze liberali e correnti reazionarie. Le battaglie che si sono combattute sulla e nell’università ci hanno sempre parlato di un mondo: hanno fotografato lo stato di cose presenti, prefigurando il futuro prossimo e le volontà politiche di una fetta di società. Per questo motivo, la prima parte del testo si compone di una ricostruzione delle riforme universitarie che si sono susseguite dal finire degli anni Ottanta ad oggi, inserendole nel contesto più ampio dei rapporti di produzione e delle trasformazioni economiche e sociali. La seconda parte si concentra sulla riforma attuale, analizzandone gli effetti concreti sul sistema universitario e mettendo in luce come essa non sia solo il risultato dell’ideologia neoliberale, ma piuttosto una conseguenza delle dinamiche materiali e delle condizioni legate ai rapporti di produzione dominanti. Infine, l’ultima parte tenta di fornire coordinate più generali per riflettere sul sapere che ci viene trasmesso e sulla sua funzione sociale, proponendo una visione alternativa dell’università quale strumento di emancipazione e trasformazione sociale, anziché di riproduzione delle disuguaglianze e del potere vigente.

Preparazione di cartelli e slogan per il corteo
dell’Assemblea di Ateneo contro tagli e precarietà.
Padova, dicembre 2024

Non “naturalmente” ma “strutturalmente”: l’Università attuale è frutto di un processo storico e politico

Ricostruire le origini dell’istituzione Università come la conosciamo oggi è un lavoro che ci porta lontano nel tempo; tuttavia, la perfetta consequenzialità di quanto accaduto negli ultimi trentacinque anni non lascia spazio a fraintendimenti. Partire dalle origini significa ripercorrere la genealogia di strutture e dinamiche che oggi si danno per assodate, ma che altro non sono se non la materializzazione di un processo ideologico cui bisogna innanzitutto dare un nome, al fine di smascherarne le profonde contraddizioni interne. Quello che qui si vuole decostruire, attraversandone le successive fasi di realizzazione, è il grande edificio dell’Università Neoliberale.

Verso l’inizio degli anni Ottanta, Margaret Thatcher importava in Europa un nuovo modello di gestione della risorsa pubblica, il New Public Management, orientato a seguire, nell’organizzazione della pubblica amministrazione e del suo approvvigionamento economico, il modello aziendalistico basato sui principi di efficienza, autonomia e responsabilità finanziaria. Dunque, indipendentemente dalle esigenze sociali cui (per dirne un paio) il sistema sanitario o quello dell’istruzione devono rispondere, il criterio decisivo nella ripartizione dei fondi destinati ai servizi essenziali di welfare diventa il pareggio di bilancio: lo Stato taglia quanto più possibile le spese relative a quegli ambiti della propria attività che non garantiscono margini di profitto, lasciando alle singole istituzioni (come le università) il compito di trovare i finanziamenti necessari alla propria sopravvivenza e crescita. Questo principio venne affermandosi in Italia, nel mondo dell’istruzione superiore e della ricerca, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta per iniziativa dell’allora ministro dell’Università Antonio Ruberti. Un primo provvedimento legislativo (l.168/1989) della Riforma Ruberti sanciva l’autonomia, oltre che «didattica, scientifica, organizzativa», anche «finanziaria e contabile» delle università, specificando che le entrate necessarie «possono provenire da corrispettivi di contratti e convenzioni». L’anno successivo venivano riformati gli ordinamenti didattici, indicando come elementi cui prestare particolare attenzione le «previsioni occupazionali» dei corsi, l’introduzione del tirocinio e di un sistema di crediti didattici per il riconoscimento delle attività conseguite. Solo nel 1993 si procedeva a una prima fase di realizzazione di quel principio di autonomia finanziaria stabilito dalla 168/1989, con l’istituzione del Fondo di finanziamento ordinario, fondo che, nel momento stesso in cui nasceva, veniva già diviso in due quote distinte: una ‘quota base’ assegnata su basi storiche, ovvero tenendo conto per ciascuna università dei bilanci relativi agli anni precedenti, e una ‘quota di riequilibrio’ assegnata in misura differente a ciascun ateneo in base a criteri quantitativi, quali i «costi standard per studente» e «gli obiettivi di qualificazione della ricerca». Quella di dividere il Fondo di finanziamento ordinario in due quote fu una scelta orientata a ridefinire su base premiale (fin dall’inizio) l’assegnazione dei finanziamenti e ciò si evince da quanto stabilito già dalla legge 537/1993, con cui veniva istituito il Fondo, ovvero che (a partire dal 1995) a un aumento relativo alla quota di riequilibrio avrebbe fatto da contrappeso il taglio progressivo della quota base.

Il processo trasformativo cui fu sottoposta l’Università italiana non si fermò qui, avanzando verso un modello uniformato a livello europeo e rispettoso degli obiettivi stabiliti dal Processo di Bologna. In questo senso procedette la Riforma Berlinguer (1999) con la divisione del percorso di studi universitari in due cicli di laurea e l’introduzione di un sistema di crediti formativi. Doppia laurea, 3+2, CFU, sono termini all’ordine del giorno che pure hanno un loro significato storico, un impatto reale sulle vite di studenti e studentesse. L’obiettivo dichiarato fu quello di uniformare i percorsi di istruzione superiore agli standard europei, sveltire i percorsi di formazione e orientarli a un ingresso più rapido nel mercato del lavoro, rispondere alle esigenze di sempre maggiore specializzazione che proprio quel mercato andava pretendendo e stabilire, attraverso lo strumento dei crediti, un criterio di quantificazione del lavoro svolto da studentesse e studenti. Un ulteriore passaggio, a conferma di quanto appena detto, fu la soglia stabilita di 180 crediti per i corsi triennali e 120 per quelli magistrali. Ciò significò essenzialmente due cose: da un lato si limitava la possibilità di scegliere i propri piani di studio (una libertà fino ad allora scontata), irrigidendoli nella forma quantitativa di una somma di crediti da raggiungere, dall’altro si perseguiva un obiettivo di gerarchizzazione degli esami all’interno dei piani. Stabilire che un insegnamento vale la metà, o addirittura un terzo di un altro sulla base del numero di CFU attribuiti vuol dire inevitabilmente depotenziarlo, costringere a priori la scelta di dedicare più o meno tempo ad alcune materie piuttosto che ad altre, orientare un percorso di studi in una direzione determinata. La successiva Riforma Moratti (2004-2006) non si limitava a confermare quanto precedentemente stabilito sul piano della didattica, anzi forse questo fu l’ambito di manovra più marginale, ma interveniva piuttosto massicciamente sul reclutamento dell3 docenti e sul pre-ruolo, ovvero quel segmento di “carriera” che segue il dottorato di ricerca e precede la docenza. In particolare, con la riforma veniva introdotta l’inedita figura del ricercatore a tempo determinato, con l’intento di snellire il corpo ricercatore e favorire la progressiva abilitazione di questo all’insegnamento. Tuttavia, l’introduzione di contratti di ricerca a tempo determinato allargherà in maniera smisurata, come vedremo, l’esercito di precar3 all’interno del mondo accademico.

I passaggi descritti finora rappresentano dei presupposti storici, per forza di cose limitati a poche informazioni essenziali, di quello che fu lo spartiacque definitivo tra un vecchio modello che andava concludendosi e l’attuale forma organizzativa dell’università italiana. Un momento decisivo in questo iter fu la Riforma Gelmini (la cui formulazione in ultima istanza è racchiusa nella Legge 240/2010). La 240/2010 prevede un intervento massiccio sul riassetto della governance degli atenei, cedendo la gran parte del potere decisionale sugli ambiti di maggiore rilevanza – «funzioni di indirizzo strategico», deliberazione in merito alla soppressione o all’attivazione di corsi, «competenza disciplinare relativamente ai professori e ricercatori universitari» – ai Consigli di Amministrazione e privando di fatto gli organi rappresentativi (già deboli di loro) di importanti prerogative. Ancora una volta si ritorna sul pre-ruolo andando a concludere quanto già cominciato dalla Riforma Moratti: vengono eliminati i contratti di ricerca a tempo indeterminato e introdotti due nuovi protagonisti del precariato accademico, ovvero i ricercatori a tempo determinato di fascia A (Rtd-A), con contratti della durata di tre anni più eventuali altri due di rinnovo, e di fascia B (Rtd-B), con contratti triennali non rinnovabili, ma considerati in tenure track, ovvero direttamente rivolti all’inquadramento nella docenza per coloro che superino l’Abilitazione Scientifica Nazionale. D’altro canto, se viene smorzata in partenza ogni possibilità di stabilizzazione per chi fa ricerca – fatta eccezione per chi decida di tentare l’abilitazione alla docenza – a rimanere invariati sono proprio quegli altri strumenti (oltre ai nuovi introdotti) di precarizzazione già esistenti, ovvero assegni e borse di ricerca. Gli obiettivi di semplificazione ed efficienza organizzativa perseguiti dalla ministra Gelmini, nel contesto di una crociata all’insegna del merito, inoltre, si tradussero nella riorganizzazione del sistema di reclutamento del corpo docente e nell’assegnazione di importanti quote del FFO su base premiale agli atenei più meritevoli. A tale scopo fu assegnato all’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario nazionale e della ricerca (ANVUR, nata nel 2006 e rimasta per qualche anno pressoché un corpo morto della burocrazia italiana) il potere decisionale in merito agli standard quantitativi e qualitativi sui quali regolare i più importanti meccanismi di funzionamento dell’università: l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), come strumento di reclutamento delle e dei docenti, e la Valutazione della qualità della ricerca (VQR), volta a misurare in termini di efficienza e produttività i risultati relativi alla ricerca e alla terza missione, in base ai quali decretare l’assegnazione o meno di una maggiore porzione dei fondi pubblici. Attenzione però! Prima della l.240/2010, nel 2008 la stessa ministra Gelmini inaugurava, a partire dall’anno successivo, un lungo periodo di tagli drastici all’FFO dando il via a una politica di crescente austerità che non avrebbe lasciato un attimo di respiro all’università pubblica almeno fino al 2015, ma di fatto mai conclusosi in maniera definitiva. Si comprende bene allora come questo clima di competizione interna tra gli atenei per l’accaparramento di fondi sempre più limitati li spinga a fare di tutto affinché ricevano l’approvazione dell’ANVUR e i benefici che ne derivano. Quel che conta in ultima istanza sono i risultati, i cui criteri di valutazione vengono di volta in volta stabiliti dall’Agenzia e che certo non tengono conto delle necessità sociali o di quanto autonomamente determinato all’interno degli stessi atenei o dei centri di ricerca per il tramite di realtà rappresentative o di discussione collettiva, quanto piuttosto della domanda di lavoro proveniente dalla media e grande imprenditoria che progressivamente diventa partner di maggior rilievo delle università. La stessa ANVUR nel corso degli anni è diventata sempre più un organo rigidamente tecnocratico, i cui ingranaggi burocratici tendono ad essere il risultato di un arbitrio indefinito: questo avviene non solo sul piano della decisione in merito ai criteri di valutazione, ma anche per quanto riguarda la classificazione delle riviste scientifiche di fascia A, quelle su cui si è chiamate a pubblicare secondo standard anch’essi quantitativi (non conta la qualità degli articoli, quanto piuttosto il numero di pubblicazioni e citazioni raccolte) se si vuole proseguire la carriera accademica e conseguire l’ASN. Il cambiamento decisivo, oltre che nell’assetto organizzativo e nei sistemi di approvvigionamento, avviene per quel che riguarda la terza missione. Se i passaggi legislativi in proposito sono stati molteplici è importante piuttosto andare a rintracciare quei tratti comuni che dal primo bando emanato dall’ANVUR per la Valutazione della qualità della ricerca nel 2011, alla definizione tramite decreto legislativo delle linee guida del sistema AVA (Autovalutazione – Valutazione – Accreditamento), l’anno successivo sotto il governo Monti, e le «Linee guida valutazione qualità della ricerca (VQR) 2011-2014», riportate nel DM n. 458/2015 (governo Renzi) e confluite poi nel Manuale per la valutazione della terza missione delle Università pubblicato dall’ANVUR, sono rimasti quasi del tutto identici. Che il paese fosse in mano a governi di destra, tecnici o di centrosinistra gli obiettivi indicati rimanevano (e rimangono tuttora, basti vedere l’ultimo documento pubblicato dall’Agenzia per la VQR 2020-2024) pressoché identici: capacità di trasferimento delle conoscenze e dei risultati tecnologici conseguiti dalla ricerca alle imprese – lasciando alle aziende private, ovviamente, l’arbitrio in merito all’effettivo interesse di tali risultati, di fatto attivando un meccanismo di commissione diretta o indiretta degli obiettivi della ricerca –; le possibilità di capitalizzazione dei risultati conseguiti dalla ricerca attraverso l’ottenimento e la vendita di brevetti e la formazione di aziende spin-off direttamente legate ai laboratori di ricerca e proprietarie in termini economici dei risultati conseguiti, nonché agevolate da un punto di vista fiscale – e allora ci si chiede, banalmente, qual è il senso di privatizzare e capitalizzare i risultati della pubblica ricerca, se non quello di smarcare lo Stato dall’onere di finanziarla? –; la collaborazione con istituzioni pubbliche, fondazioni e privati volta alla divulgazione delle conoscenze acquisite e la partecipazione ai Progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale (PRIN) – anche qui, per quanto i temi e i progetti vengano scelti dai proponenti è pur sempre il Ministero a decidere in merito all’approvazione e al finanziamento –.

Dopo questa carrellata di sigle, criteri, passaggi legislativi e scorci su un complesso sistema burocratico, dopo un inevitabile giramento di testa anche per coloro che non si approcciano a tali questioni per la prima volta, la questione politica di fondo che ci poniamo è: in tutto questo dov’è che si persegue l’interesse collettivo, il contributo sociale, la libera iniziativa della pubblica ricerca? È evidente che se il finanziamento, dunque la sopravvivenza in termini materiali delle università e delle rispettive attività di ricerca, ma soprattutto della ricerca e dell’insegnamento di base, dipende dal conseguimento di determinati obiettivi, ciò non può che comportare due risultati:

1) la progressiva aziendalizzazione dell’università pubblica, nel doppio senso di asservirsi all’interesse delle imprese private e, al contempo, assumere per sé un’organizzazione aziendalistica;

2) l’indebolimento progressivo di quegli atenei in territori a bassa intensità produttiva (pur tenendo conto del fatto che l’economia del Paese intero è in generale affanno), con un minor numero di potenziali partner da cui trarre finanziamenti e con i quali conseguire i risultati richiesti dai meccanismi premiali di assegnazione dell’approvvigionamento pubblico.

Come sempre accade in questo mondo si dà di più a chi già ha e si richiede maggior sforzo a chi è più debole. Le conseguenze del progressivo disinvestimento pubblico nell’università e nella ricerca hanno avuto conseguenze più che mai vaste, in particolar modo sulla popolazione studentesca e sugli organici degli atenei, ma anche su tutto un esercito di lavoratori e lavoratrici che rivestono ruoli determinanti per la sopravvivenza delle nostre università e che nel corso degli anni sono state sempre più invisibilizzati/e e precarizzati/e (fino ad arrivare alla riforma attuale che prevede importanti tagli alle esternalizzazioni, con 800 ore annuali in meno negli appalti di pulizie e portierato). Intanto, partiamo da alcuni dati utili a fare il punto della situazione per poi proseguire con la trattazione. Secondo i dati impudicamente offerti dalla stessa ANVUR, a partire dal 2017 l’ammontare del FFO è andato pian piano crescendo, arrestando apparentemente la lunga fase di stagnazione precedente. Tuttavia, è continuata a diminuire, anche in termini nominali, la quota base del Fondo – assegnata sulla base della spesa storica e dei costi standard per studente –, a beneficio della quota premiale – assegnata per l’85% sulla base della VQR, secondo i criteri di cui sopra – che è arrivata a pesare per quasi il 30% del totale. A rimettere in positivo i bilanci per i costi di ordinaria amministrazione sono dovute intervenire, inevitabilmente, le contribuzioni di studentesse e studenti (le famose tasse), che d’altro canto non si vedono nemmeno garantiti i servizi minimi di diritto allo studio. Mancano studentati, spesso anche servizi di mensa, agevolazioni reali sui trasporti e le borse di studio erogate dalle aziende regionali per il diritto allo studio non sono sufficienti a coprire il mantenimento di una studentessa o di uno studente, tenendo conto dell’importante rialzo dei prezzi dei beni di prima necessità e della speculazione abitativa che ha determinato un aumento esorbitante dei canoni d’affitto per le stanze destinate a fuorisede e studenti autonomi. L’accesso alle borse e il diritto di rientrare nella no tax area dipendono da principi meritocratici, basandosi sul calcolo dei CFU conseguiti di anno in anno e non tenendo conto delle necessità reali di chi mentre studia lavora o anche semplicemente di chi, diciamocelo, per qualche mese ha perso il ritmo. Ne consegue una logica diminuzione delle immatricolazioni nelle università statali, che dall’anno accademico 2011/2012 al 2021/2022 hanno perso un totale di circa ventimila iscrizioni, a fronte di un incremento di circa 200.000 unità tra le immatricolazioni alle università private tradizionali e telematiche. Per quanto riguarda queste ultime, è risaputo ormai che si tratta di svendite di titoli a buon mercato – buono, certo, considerato quanto costa al giorno d’oggi frequentare un’università in presenza! –, eppure, continueranno ad essere soggetti fortemente competitivi nel mercato dell’istruzione superiore, forti di finanziamenti pubblici e assetti realmente imprenditoriali che permettono di tagliare i costi e garantire il conseguimento di un titolo, invece di creare ogni condizione possibile per spingere chi è in difficoltà a mollare la presa. In sostanza, se l’università pubblica mira a copiare il modello aziendalistico è ovvio che ad avere la meglio saranno veri e propri capolavori di imprenditoria, Srl e holding finanziarie, in mano ai volti noti dell’alta borghesia locale e multinazionale come Polidori, Bandecchi & Co., anche se forme di pedissequo rispetto del modello imprenditoriale non sono mancate nemmeno da parte delle governance dei nostri atenei statali e pubblici! Come in ogni buona azienda che si rispetti il primo ambito di intervento da cui trarre profitto, laddove gli investimenti pubblici mancano e i tagli di bilancio vengono premiati (meno si spende più si vedono garantiti i finanziamenti!), è la forza lavoro. Da un lato abbiamo i dati ufficiali, quelli che la stessa ANVUR ci riporta nei rapporti annuali, in cui si dice che nell’arco di tempo che va dall’a.A. 2011-2012 all’a.A. 2021-2022 i tagli al personale tecnico amministrativo hanno raggiunto una quota pari a più dell’8% Si tratta di personale a cui spetterebbe un adeguamento salariale a fronte di un’inflazione che è stata del +17,3% nel biennio 2022-24, per vedersi salvaguardato il proprio potere d’acquisto: al momento, l’aumento del salario così come le progressioni di carriera per una categoria di lavoratorɜ a cui vengono imposti sempre più incarichi e responsabilità è impedita dal blocco dei fondi accessori. Tagli all’organico e sottofinanziamento si accompagnano a un progressivo e preoccupante invecchiamento del personale tutto: un fenomeno questo che vale anche per docenti strutturat3. Non a caso, sempre l’ANVUR evidenzia come il blocco del turn-over, ovvero del processo di sostituzione di coloro che arrivano a fine carriera con nuove assunzioni, sia un problema strutturale dell’università italiana. Riportiamo per intero questa ammissione di colpa tratta dal Rapporto ANVUR 2023:

Un ultimo aspetto che merita particolare attenzione riguarda l’età del personale che lavora nelle università italiane, anche rispetto al confronto internazionale. A fronte di un leggero aumento dell’età media dei docenti universitari (51,1 anni nel 2022 rispetto a 50,6 del 2012), nell’analisi della distribuzione per fasce d’età l’Italia è anche l’unico dei principali Paesi europei in cui la maggioranza dei docenti universitari ha almeno 50 anni. […] Soprattutto a causa del saldo negativo tra assunzioni e cessazioni, l’età media del personale TA è aumentata in modo significativo dai 48,7 anni del 2012 ai 51,9 nell’anno 2022″

Ma non si tratta solo di questo. Dall’altro lato, infatti, uno degli effetti più rilevanti del New Public Management è stato il massiccio ricorso nella Pubblica Amministrazione (e quindi anche nell’università) alla esternalizzazione dei servizi essenziali. Per cui mentre prima l3 lavorator3 delle pulizie, della guardiania e tutti quei servizi che non fanno capo alle mansioni di gestione amministrativa delle università – ma ne garantiscono la sopravvivenza materiale – erano parte integrante del personale degli atenei, adesso dipendono da aziende private. Non esistono raccolte di dati ufficiali da parte delle istituzioni su questo fenomeno e questo la dice lunga sull’opera di dispersione e invisibilizzazione di una parte consistente della forza lavoro di questo Paese (un fenomeno che non riguarda soltanto la Pubblica Amministrazione, ma che ha colpito dapprima già il settore della produzione). Eppure, sappiamo dalle inchieste che sono state fatte da collettivi, singole soggettività, sindacati di base e organizzazioni quello che avviene nei nostri atenei. L’assegnazione degli appalti alle aziende private determina un meccanismo di rigida concorrenzialità per cui proprio le imprese appaltatrici (quelle che, vincendo l’appalto, ottengono la gestione per proprio conto del servizio commissionato dall’appaltante) per vincere i bandi di gara stipulano con l3 propri3 dipendenti contratti a ribasso, con salari ridicoli e condizioni lavorative decisamente svantaggiose rispetto a soluzioni alternative a più alto costo. È il caso, ad esempio, del Contratto Collettivo Nazionale “Multiservizi”, vera e propria arma di sfruttamento adoperata dalle aziende, in sostituzione di contratti più vantaggiosi, ai danni di quelle categorie di cui sopra. Nondimeno, non si pensi che si tratti di scelte obbligate per le governance di ateneo, come a dire che in mancanza di fondi ricorrere alle esternalizzazioni è un fatto di sopravvivenza. Assolutamente no: spesso il fatto che il costo del lavoro viene tagliato a beneficio delle aziende appaltatrici non corrisponde a un effettivo risparmio per le istituzioni appaltanti (nel nostro caso le università), che hanno da pagare importanti commissioni attraverso cui le imprese possono cumulare i loro profitti, ma che rialzano i costi di mantenimento di quei servizi. Ciò significa che quella di appaltare una serie di servizi fondamentali alle imprese è una libera scelta delle amministrazioni d’ateneo che spesso va a loro sfavore.

A partire da quest’ultima considerazione pensiamo sia il caso di puntualizzare, giungendo alle conclusioni di questa prima parte, una questione fondamentale di natura prettamente politica e non più tecnica che tornerà utile in seguito: i rettori e le rettrici (raccolti nella CRUI – Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) e i Consigli di amministrazione dei nostri atenei non sono vittime di questo sistema, ma spesso sostenitori effettivi dei mostri politici e burocratici di cui sopra, Ministero e ANVUR. Dall’esperienza dei mesi scorsi, mobilitandoci all’interno delle università, lo abbiamo imparato: prima ancora che si paventasse soltanto l’idea della Riforma Bernini, di cui parleremo più avanti, abbiamo attraversato mesi e mesi di mobilitazione nelle università contro il genocidio in Palestina, abbiamo indagato quali fossero i rapporti delle nostre istituzioni (e in particolare delle università) con le istituzioni israeliane, con le aziende che da quel genocidio hanno tratto lauti profitti – la Leonardo S.p.a., produttrice ed esportatrice di armi; Eni, azienda ecocida che andava a perlustrare le coste di Gaza per assicurarsi una fetta dei profitti provenienti dall’insediamento coloniale programmato da Israele su quei territori; Frontex, ecc. –. Quando abbiamo avanzato le nostre richieste, quando abbiamo preteso che quegli accordi venissero interrotti, che non si stringessero più patti d’intesa con la NATO – cosa ne viene alle università di fare accordi con il Patto Atlantico, che chiede ai nostri governi di tagliare all’istruzione, alla sanità, ai servizi sociali, per arrivare a investire il 2% del PIL in armamenti? –, che i rettori e le rettrici rassegnassero le dimissioni dal comitato scientifico della Fondazione Med-Or, Fondazione di Leonardo che si accinge a inglobare in sé le più grandi aziende a partecipazione statale e a diventare Fondazione per l’Italia, e questo proprio nel momento in cui veniva sancito un patto d’intesa tra Med-Or e MUR affinché quest’ultimo venisse coinvolto nella cabina di regia di quel brutale progetto colonialista che è il Piano Mattei… Insomma, quando noi avanzavamo queste richieste, da parte dei rettori abbiamo avuto come risposta soltanto porte sbattute in faccia e false promesse, motivo per cui abbiamo individuato in quelle rettrici, in quei rettori e nei ‘partner’ cui hanno deciso di asservirsi la nostra controparte. Ripercorrendo a ritroso la storia riportata fin qui, abbiamo bene inteso quali sono stati nel corso degli ultimi decenni i presupposti di quanto abbiamo denunciato nelle mobilitazioni passate e, soprattutto, cosa le lega alla contestazione di un Disegno di Legge infame come la Riforma Bernini, di cui parleremo nel prossimo paragrafo.

La riforma Bernini

A inizio giugno, il governo ha anticipato i contenuti di una proposta di riforma dell’università elaborata da una commissione guidata da Ferruccio Resta, ex rettore del Politecnico di Milano (nonché membro del Consiglio di amministrazione di Allianz S.p.A., Sole 24 Ore e Fiera Milano). La bozza prevede la reintroduzione di una molteplicità di figure contrattuali precarie, alcune delle quali richiamano direttamente il da poco abolito assegno di ricerca, con minori tutele e scarse prospettive di stabilizzazione. Tra le figure proposte spiccano nuovi contratti post-doc di durata ridotta, assistenti alla ricerca junior e senior (con contratti annuali rinnovabili fino a sei anni, spesso assegnati senza concorso) e la figura del “professore aggiunto”; tutte assunzioni temporanee senza le tutele e le garanzie dell3 docenti di ruolo. Nel 2022, il governo aveva introdotto una riforma significativa nel settore universitario, abolendo l’assegno di ricerca e introducendo il contratto di ricerca come nuova modalità di impiego post-dottorato. Questa modifica è stata sancita dalla legge 29 giugno 2022, n. 79, che ha sostituito l’assegno di ricerca con il contratto di ricerca previsto dall’articolo 22 della legge 240/2010. Tale riforma, pur con limiti evidenti, aveva introdotto una forma contrattuale con maggiori diritti, retribuzioni adeguate e tutele contributive – riforma che dopo oltre due anni ha visto il varo definitivo del Consiglio dei Ministri a inizio febbraio 2025. Nelle prossime settimane inizierà la fase di stesura dei regolamenti di ateneo, che dovrebbero permettere di rendere finalmente operativa la legge 79/2022. Tuttavia, la nuova proposta di legge firmata Bernini mira a smantellare questi avanzamenti minimi. Infatti, il Disegno di Legge recante “Disposizioni in materia di valorizzazione e promozione della ricerca” (in gergo l’attuale Riforma Bernini) introduce modifiche significative alla legge 30 dicembre 2010, n. 240 (per intenderci la Riforma Gelmini), con l’obiettivo di «regolamentare e rafforzare» il sistema della ricerca accademica e pubblica in Italia. Il disegno di legge è composto da 5 articoli, di cui l’articolo 1 – ovvero la modifica dell’articolo 22 della l. 240/2010 – è quello che presenta le reali “novità” di questa riforma.

L’articolo 1 introduce l’articolo 22-bis, che disciplina i contratti post-doc, e permette alle università, agli enti pubblici di ricerca e alle istituzioni AFAM di stipulare contratti a tempo determinato per attività di ricerca, didattica e terza missione. Tali contratti possono essere finanziati con risorse interne o da soggetti esterni pubblici e privati e la lorodurata minima è di un anno, prorogabili fino a un massimo di tre anni complessivi, anche non consecutivi, con esclusione dei periodi di aspettativa per maternità o malattia. L’accesso ai contratti post-doc è riservato a chi ha il dottorato di ricerca o equivalente, oppure un titolo di specializzazione in area medica. Gli enti pubblici di ricerca possono consentire la partecipazione anche a candidat3 con un curriculum scientifico-professionale idoneo, pur mantenendo il dottorato come titolo preferenziale. Le modalità di selezione vengono definite attraverso regolamenti interni, prevedendo procedure comparative. L’importo dei contratti post-doc viene stabilito dal Ministro, con un livello retributivo non inferiore al trattamento iniziale di unə ricercatorə confermatə a tempo definito. Esistono limiti di spesa per questi contratti, calcolati sulla base della media degli assegni di ricerca e dei contratti da ricercator3 a tempo determinato nei tre anni precedenti. Tuttavia, tali limiti non si applicano ai fondi derivanti da progetti di ricerca finanziati tramite bandi competitivi2. Il contratto post-doc, come nelle precedenti riforme, non è compatibile con corsi di laurea, dottorato o altri contratti di ricerca, né con rapporti di lavoro subordinato pubblici o privati (superata una certa soglia). Inoltre, non è cumulabile con borse di studio o assegni di ricerca, ad eccezione dei casi finalizzati alla mobilità internazionale. Infine, da articolo, questi contratti non danno diritto all’accesso ai ruoli permanenti delle istituzioni ovvero «non garantiscono automaticamente al ricercatore un’assunzione stabile o permanente all’interno dell’istituzione accademica o di ricerca presso cui lavora». In altre parole: nessuna garanzia di stabilizzazione, non c’è diritto automatico a una posizione a tempo indeterminato.

L’articolo 22-ter disciplina invece le borse di assistenti all’attività di ricerca (si sono tornate!), suddivise in borse junior e senior. Le prime sono destinate a giovani laureat3 magistrali o a ciclo unico da non più di sei anni, con l’obiettivo di introdurl3 alla ricerca sotto la guida di unə tutor (chi saranno quest3 tutor? Forse ricercator3, borsist3 o dottorand3 che svolgono mansioni non inerenti al loro contratto e quindi non retribuite?) Le borse senior, invece, sono riservate a chi ha conseguito il dottorato di ricerca o un titolo equivalente entro sei anni, o un diploma di specializzazione in area medica. Anche in questo caso, vengono stabiliti regolamenti specifici per le procedure di selezione, che devono garantire valutazioni comparative basate su titoli e pubblicazioni. Tuttavia, si possono prevedere procedure di conferimento diretto, sulla base di avvisi pubblicati sul proprio sito internet ai fini della raccolta delle manifestazioni di interesse da parte di candidat3. Nei casi di cui al primo periodo, su indicazione del responsabile scientifico del progetto di ricerca, la borsa è conferita direttamente allə candidatə con profilo scientifico professionale ritenuto idoneo allo svolgimento del progetto stesso (sì, possono essere assegnate senza concorso pubblico, hai letto bene!). L’importo delle borse è fissato dal Ministero e soggetto a limiti di spesa analoghi a quelli previsti per i contratti post-doc, anche questi con esclusione dei fondi derivanti da progetti competitivi.

L’articolo 22-quater introduce la figura del Professore Aggiunto (Adjunct Professor) nelle università italiane e nelle istituzioni di ricerca, con l’obiettivo di «promuovere la mobilità nazionale e internazionale del corpo docente, incentivare la circolazione dei saperi nel sistema della ricerca ed elevare il livello delle competenze applicate». I contratti di Professore Aggiunto sono destinati a espert3 di alta qualificazione, anche provenienti dal mondo professionale, con lo scopo di svolgere attività specifiche di didattica, ricerca e terza missione, quest’ultima intesa come l’insieme delle attività che favoriscono il trasferimento tecnologico, la diffusione della conoscenza e l’interazione con il territorio. Al fine di stipulare tali contratti, le università e le istituzioni coinvolte devono pubblicare avvisi pubblici sul proprio sito istituzionale per raccogliere manifestazioni di interesse relative a specifiche esigenze di didattica, ricerca e terza missione. La stipula dei contratti avviene su proposta del Rettore, che deve essere approvata dal Consiglio di amministrazione, previo parere del Senato Accademico, con la pubblicazione del curriculum vitae dellə candidatə sul sito ufficiale dell’università. I contratti hanno una durata minima di tre mesi e possono essere rinnovati fino a un massimo di tre anni. Il finanziamento di tali contratti può avvenire attraverso fondi interni delle istituzioni universitarie oppure tramite risorse provenienti da soggetti terzi, sia pubblici che privati, attraverso specifici accordi o convenzioni. La stipula di questi contratti non conferisce alcun diritto all’accesso ai ruoli universitari permanenti, il che significa che anche se il Professore Aggiunto svolge attività accademiche rilevanti, non acquisisce automaticamente il diritto a una posizione stabile nell’organico dell’istituzione. Tuttavia, le eventuali chiamate di coloro che hanno ricoperto tali contratti possono essere computate nell’ambito delle risorse vincolate previste dall’articolo 18, comma 5, che disciplina le assunzioni nei ruoli permanenti delle università. Per quanto riguarda il trattamento economico dell3 titolari di questi contratti, esso viene determinato autonomamente da ciascuna istituzione, tenendo conto della durata dell’incarico e degli accordi specifici con l3 destinatari3.

Terminata la parte centrale in cui si presentano le modifiche e le aggiunte, il testo si chiude con l’articolo 4, intitolato “Clausola di invarianza finanziaria”. Esso stabilisce che l’attuazione del presente decreto non deve comportare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. In altre parole, qualsiasi misura prevista dal decreto non deve generare costi aggiuntivi per lo Stato o per le finanze pubbliche. Questo principio implica che le risorse necessarie per attuare le disposizioni del decreto devono essere reperite senza aumentare la spesa pubblica complessiva.

Nel corpo della proposta di riforma viene messa nero su bianco la natura precaria –un iter ancora più lungo di quello attuale – e temporanea dei contratti post-doc e degli assegni di ricerca che infatti a più riprese sono accompagnati dalla postilla in cui si afferma che «i contratti di cui al presente articolo non danno luogo a diritti in ordine all’accesso ai ruoli delle istituzioni da cui sono erogati». Il pericolo più grande però è quello da cui non siamo allertat3 direttamente nel testo, eppure tra le righe si intravede. Il primo problema è quello che abbiamo denunciato nel corso dell’intero anno appena concluso con la mobilitazione in solidarietà al popolo palestinese: l’ingerenza e la presenza sempre più evidente dei privati nelle università. Ormai è talmente un dato di fatto che lo stesso Ministero – che dovrebbe essere garante della ricerca pubblica nelle università – riconosce ampio spazio ai bandi promossi da enti privati e terzi, tanto da doverli includere nel testo e sottolineare l’autonomia di fondi che loro possono erogare a differenza di quelli statali, sempre più ridotti. Inoltre, anche l’opzione dei “bandi competitivi” è opaca. Si pensi al Bando Horizon, il principale programma di finanziamento dell’Unione Europea (UE) per la ricerca e l’innovazione per il periodo 2021-2027, con un budget di circa 95,5 miliardi di euro. Successore di Horizon 2020, il programma mira a sostenere la ricerca scientifica, l’innovazione tecnologica e le collaborazioni tra enti di ricerca, aziende e istituzioni pubbliche e private, stabilendo partnership con multinazionali del fossile e della guerra, nonché finanziando aziende legate allo stato genocida e sionista di Israele (Israele è stato il primo paese non europeo ad aderire ai programmi quadro di ricerca dell’UE fin dal 1996)3.

Come se non bastasse, stavolta i privati non entrano nei nostri luoghi della formazione solo con ingenti fondi ma anche di persona! Il Professore Aggiunto altro non è che una figura dalle “spiccate competenze” – soprattutto del mondo dell’impresa – che viene retribuita anche con fondi pubblici per “aiutare” l’università nelle relazioni con il territorio e con il mercato (la famosa terza missione). Se il compenso economico per l3 pover3 assegnist3 è stabilito dal Ministero, per i Professori Aggiunti è stabilito dalla Governance dei singoli atenei: questo significa retribuire sopra la media, per qualche tempo, figure specializzate che possano da un lato colmare il vuoto di formazione a cui l’Università è ormai ridotta, dall’altro ripulire l’immagine delle imprese attraverso il conferimento di un potere educativo e sociale.

Il sogno liberista è realizzato: il mercato in persona siederà in cattedra, ci farà una bella lezione, ci esaminerà e deciderà se siamo abbastanza format3 o meno.

Di legami e segrete strette di mano, è anche il conferimento diretto per gli assegni di ricerca junior e senior, andando così di fatto a legittimare il baronato universitario attraverso una legge che anziché evitare e denunciare il passaggio di testimone (di potere) tra quell3 che negli anni si sono dimostrati più fedeli al professore ordinario di turno, lo istituzionalizza. L’ultimo passaggio da aggiungere alla lettura della riforma in sé è un accostamento. Infatti, se è vero che verranno aggiunte sei nuove figure contrattuali è pur vero che, non solo secondo la “clausola della non invarianza” non verranno aggiunti fondi, ma anzi, parallelamente la legge di bilancio 2025, in corso di approvazione, conferma il taglio a scuola, università, ricerca e AFAM per un monte complessivo di 702 milioni di euro per quanto riguarda il solo Ministero dell’Università.

Oltre il danno anche la beffa!

Tutto ciò cosa implica? L’Università presente (ma assente)

Dal testo della proposta della Ministra Bernini e dallo storico delle riforme universitarie emergono innumerevoli questioni che ci piacerebbe sollevare per diverse ragioni. In primis perché esse sono un sintomo di una malattia più generale che affigge interamente la nostra società: la mercificazione e la quantificazione del vivente e di ciò che produce. In seconda battuta, le riforme che hanno interessato l’università italiana negli ultimi venticinque anni possono costituire un ottimo indicatore di cosa il sapere è diventato, ovvero ci danno la possibilità di rispondere alle domande “cosa serve sapere?”, “a chi serve il sapere?” e, in definitiva, “cosa è il sapere oggi”. Al netto di ciò che è gia stato raccontato, evidenzieremo dunque come anche il terreno dell’università sia stato coinvolto dalle più generali metamorfosi che hanno interessato l’infrastruttura ideologica e l’impianto economico delle nostre società. La nostra idea è che le riforme susseguitesi siano una cartina di tornasole dell’evoluzione del neoliberismo e che potremmo definire, con più pathos, l’epoca del capitalismo assoluto. Quel che allora ci proponiamo di fare ora è, innanzitutto, mostrare il non-detto che guida e determina questi atti legislativi, metterne a nudo l’ideologia alla base e demolirne i pilastri portanti con il lavoro dell’organizzazione universitaria.

Sapere, tecnica, razionalità: cosa serve sapere

Ad oggi, il sapere prende piede nelle nostre società soprattutto sotto la particolare veste della “tecnica”. Noncuranti della parzialità interessata di questa posizione, gli ideologi “di regime” elogiano questo doppio (emblematico è il principio del dual-use per le scoperte tecnologiche e le ricerche scientifiche) e gli strumenti con i quali opera. Accompagnata dai panegirici di questi intellettuali, l’ideologia della calcolabilità e della quantificazione si è estesa a tutti gli ambiti della vita producendo un mutamento antropologico radicale e un vero e proprio sconvolgimento delle forme di vita conosciute, finendo per imporsi come una forma di “dittatura della razionalità tecnica” in ogni campo dell’esistente, politica compresa (pensiamo a «La parola agli esperti»; «Largo ai tecnici, i soli competenti in materia!»). Questo non avviene per caso. In effetti, la società capitalistica è la prima società nella storia che organizza il suo discorso legittimante intorno al concetto di razionalità; ovvero è la prima società che si legittima dicendo che in essa domina la ragione: il vecchio motto della “razionalità del capitalismo” che produce “il migliore dei mondi possibili”. Non ci interessa in questa sede sottolineare come questa visione, proprio in quanto tale, sia parziale, arbitraria e un artificio retorico istituito ad hoc proprio dal capitalismo e abbia quindi avuto un inizio e, presumibilmente, avrà una fine. Intendiamo piuttosto mostrare che, per quel poco che ci si rifletta su, risulta evidente come qui sia riscontrabile una quantomai grossolana tracotanza. Assistiamo, infatti, alla negazione in un colpo solo tanto della possibilità di un discorso alternativo, quanto della possibilità di avvertire l’esigenza di un’alternativa. Eppure, dietro questa maschera scientista apparentemente inscalfibile si annida una questione non da poco, che, giustamente interrogata, potrebbe facilmente crepare le ingannevoli fondamenta di questo edificio: ma cos’è la razionalità nella nostra società? Quali sono i luoghi deputati a trasmettere e riprodurre questo gioco degli specchi?

Quale razionalità? A chi serve il sapere

La razionalità nelle nostre società è spesso ridotta a una forma di calcolo, che non si limita alle scienze tecniche cosiddette “dure” (come l’ingegneria etc..), ma si estende anche alle capacità di problem-solving e a quelle competenze definite come “smart” o “soft skills”. Questo fenomeno non è casuale, ma è il risultato di un sistema economico e sociale che mira a produrre soggetti e saperi conformi alle esigenze del capitale, facilitando il controllo e lo sfruttamento di corpi, mezzi e risorse. Da questa premessa emerge il carattere strumentale assunto dalla razionalità nella contemporaneità: una razionalità che si misura in termini di conformità del mezzo al fine, senza interrogarsi sul valore etico e sociale del fine stesso.

Tuttavia, la critica alla razionalità strumentale non deve confondersi con una critica alla razionalità tout court. Il rischio potenziale sarebbe quello di considerare la razionalità strumentale come puramente ideologica, quando essa è invece radicata in condizioni materiali specifiche. Ad esempio, l’introduzione di sistemi di valutazione basati su criteri quantitativi (come il numero di pubblicazioni o citazioni) non è solo il risultato di un’ideologia che valorizza la quantità rispetto alla qualità, ma anche e soprattutto di una situazione in cui le università devono competere per risorse limitate. In questo contesto, la sicurezza occupazionale – di coloro che lavorano in università come precari3 della ricerca – dipende dalla capacità di produrre risultati misurabili, alimentando ulteriormente un paradigma gerarchizzante tra atenei e determinando una minore capacità accademica degli atenei del sud, basato sulla materializzazione di disuguaglianze già esistenti.

Il problema, quindi, non è tanto la razionalità come strumento in sé, quanto piuttosto il modo in cui viene promossa nel sistema capitalismo. Prendiamo ad esempio il dual-use delle conoscenze scientifiche, analisi centrale in questi mesi di mobilitazione per il boicottaggio accademico contro le istituzioni israeliane. La Dottrina militare Dahiya, sviluppata con la collaborazione dell’Università di Tel Aviv, rappresenta un caso emblematico: pur avendo una sua validità funzionale (ossia, “funziona” in termini di efficienza militare), essa è intrinsecamente legata a pratiche di oppressione e devastazione ambientale. Questo ci ricorda che il fatto che qualcosa “funzioni” non implica necessariamente che sia eticamente accettabile o socialmente desiderabile.

Analogamente, le politiche di austerità e i tagli alla spesa pubblica, giustificati in nome dell’efficienza economica, hanno avuto conseguenze devastanti per settori cruciali come la scuola, l’università e la sanità. Queste misure, sebbene “razionali” in termini di conformità del mezzo al fine (non ci sono soldi, quindi bisogna tagliare le spese), servono interessi precisi: favorire l’accumulazione di capitale e redistribuire risorse verso settori più profittevoli, come l’industria bellica. Tutto ciò evidenzia che la razionalità, o meglio dire l’operatività, sia strettamente legata ai rapporti di produzione dominanti e ai loro scopi, che spesso sono in conflitto con il benessere collettivo.

In questo quadro, la razionalità nella sua veste economica diventa egemone, riducendo tutte le relazioni sociali e le azioni individuali a una logica quantificante e operativa. Si moltiplicano i calcoli e la realtà è ridotta a una griglia costi/profitti, dove ovunque tiranneggia l’imperativo “minimizzare i costi, massimizzare i profitti”. Questo tipo di razionalità non è né neutra né universale; bensì è il prodotto di un sistema che ha smesso di giustificarsi attraverso narrazioni filantropiche (“Il capitalismo porta benessere”) per mostrare il suo volto più cinico e crudele, quello del “Funziona, quindi state zitti”. Ma questa razionalità violenta e repressiva non è inevitabile. Essa è il risultato di scelte politiche ed economiche che possono essere messe in discussione. Se oggi il sapere è interamente inglobato nella logica della produzione e della produttività, ciò non significa che debba rimanere per sempre tale. È necessario ripensare il ruolo del sapere e delle istituzioni che lo producono, interrogandosi non solo su come funzionano, ma soprattutto sul per chi funzionano e a quale scopo. Solo così sarà possibile immaginare alternative che vadano oltre la logica del capitale e promuovano un sapere critico, liberatorio e al servizio del bene comune. Solo così si potrà riabilitare la razionalità come paradigma necessario per il benessere collettivo e la riproduzione, senza sfruttamento, del vivente in sinergia con l’ambiente e con l’altro.

Le istituzioni del sapere e la legittimazione delle differenze di classe

Per ora vorremmo soffermarci sul fatto che questa funzione di riproduzione delle componenti della produzione, non esaurisce, in tutte le sue sfaccettature, il compito reale svolto dal sistema educativo. Ad un più profondo grado d’analisi esso funziona anche (e soprattutto) come dispositivo di legittimazione di un sistema. Per come è impostata la nostra struttura educativa e per come è integrata all’interno di una totalità più ampia, essa è attraversata dalle medesime contraddizioni e riproduce le stesse dinamiche sociali che esistono al suo esterno. Il mondo della formazione esiste in un sistema attraversato da enormi disparità socioeconomiche, di genere, territoriali ecc. e qui, su questo terreno, esiste come dispositivo di riproduzione dei rapporti di forza dominanti e – ma lo vedremo in seguito – come campo di battaglia. L’apparato educativo è infatti certamente la più grande arma di riproduzione dell’ideologia dominante ma è anche il campo nel quale, più che altrove, è favorita la messa in discussione e la circolazione delle idee. È in esso, infatti, che la disparità di fuoco fra il potere e i suoi avversari è meno evidente, in cui il terreno della contesa egemonica si appiana. Approfondendo la prima funzione di cui abbiamo fatto menzione, diciamo che la formazione (scolastica e universitaria) non sopperisce infatti solamente alla funzione di riproduzione di certe capacità tecniche (in senso lato), di certi know-how; che essa non si limita a rispondere alla domanda di manodopera del sistema, ma è anche il campo in cui s’imparano certe norme del buoncostume e del decoro sociale ed in cui viene riprodotto il sistema etico-valoriale dominante. Il tutto in una cornice che si auto-presenta come imparziale e neutrale.

Il sistema educativo ha però, dicevamo, una funzione fondamentale di conferma delle differenze di classe esistenti amplificando questa ingiustizia con la retorica del “chi resta indietro lo fa per una ragione specifica” e qui entra in gioco la meritocrazia.

Deve sempre esistere un elemento immaginario che giustifichi l’ordine sociale e sia presente come intima motivazione dell’agire individuale: l’uomo ha necessità di sapere che quel che fa serve a qualcosa. L’offensiva del capitalismo neoliberale ha determinato negli ultimi decenni una grottesca esposizione del suo sistema valoriale: il duro lavoro, il sacrificio, hanno tutti arricchito quel calderone dottrinario che va sotto il nome di MERITO. Questo idolo è oggi ciò che regge simbolicamente il sistema, alimentando quella vulgata diffusa dalle prezzolate penne di Corriere, Repubblica e affini, e prontamente intercettata dal nostro attuale Ministro (dell’Istruzione e, per l’appunto, del Merito). Sarebbe facile mostrare che un sistema che impedisce una qualsivoglia ascesa sociale, cementificando differenze di classe sempre più ampie, ha ben di che dirsi e presentarsi come democratico: sarebbe smentito dai fatti. Si dà il caso, tuttavia, che il livello della critica del nostro Paese si è notevolmente abbassato e che voci in opposizione mancano o non gli è data alcuna visibilità. Lo spirito meritocratico va proprio nella direzione di giustificare l’ingiustificabile, diffondendosi sino a farsi senso comune e alimentando quel sentimento di impotenza di coloro che restano indietro, coloro per il quale è stato scelto che rimanessero congelati ai margini. Ciò avviene perché questa narrazione lavora principalmente attraverso una logica della colpa: si è responsabili delle proprie indigenze, delle proprie sfortune e miserie. Al lavoro qui è il mito dell’imputazione individuale, attraverso il quale ci si ostina a negare la storia che ci precede, ovvero che ognuno di noi nasce, cresce e impara su di un terreno sociale/culturale che gli preesiste. Oggi la scuola e l’univeristà funzionano molto poco come ascensore sociale e decisamente più come catalizzatore di consenso verso le disparità del sistema. Se chi vince ha meritato il suo posto (dicono), perché dovrebbe essere il contrario per chi ha perso? Ad un’analisi leggermente più accorta risulta interessante notare quanto questo tipo di narrazione, seppur orientata nel senso dell’elogio dell’impegno e dello sforzo individuale, per via del misconoscimento radicale dei contesti materiali di partenza, non possa poi far altro che ricorrere ad una particolare forma di innatismo per giustificarsi, contraddicendo così se stessa, la sua presunta razionalità. Assistiamo sempre più, infatti, a una naturalizzazione delle differenze, che finiscono per sembrare iscritte nell’ordine delle cose. L’elogio dell’eccezione serve a bilanciare e oscurare l’ordinario, la media, il caso comune, con l’ideologico fine di affermare «se lo vuoi davvero, allora puoi». Peccato che a dirlo siano quasi sempre coloro che occupano i gradini più alti della scala sociale (e i loro delfini).

Il motto “se vuoi, allora puoi”, a ben vedere, ha un sottotesto che chiama in causa esattamente la questione del desiderio. L’invito che il sistema rivolge non considera affatto gli elementi materiali, predicando un desiderio vuoto e astratto. Nostro compito è invece rigettare questo mantra e dichiarare in ogni luogo che noi non desideriamo in vitro, ma la stessa soglia del desiderabile cambia a seconda delle condizioni di classe. Inoltre, nella realizzazione del desiderio non tutti abbiamo le stesse possibilità. La differenza è anche qui. C’è qualcosa a cui non posso ambire, è fuori dalla mia portata (così hanno deciso per me). L’ho imparato dalla vita, dagli atteggiamenti dei miei genitori, dalla casa in cui abito, dagli amici che frequento e da quelli che non frequento più, dalla scuola, dagli insegnanti e così via. Se però ogni giorno, dalla scuola dell’infanzia, agli ultimi anni dell’università mi viene detto il contrario allora finisco anche io per crederci, fatto salvo che ad un centro punto mi accorgo della bugia e dopo aver corso, fatto rinunce, lavorato e studiato per anni per pagarmi un tugurio di posto letto, molto probabilmente questa vita non la desidero in nessuna forma. Quindi, non c’è da rimanere straniti davanti ai dati dell’ISTAT che ci dicono che il 5% dei 4.000 suicidi annui in Italia è rappresentato proprio dalla fascia dei giovani d’età inferiore ai 24 anni o che uno studente su tre mente ai genitori sugli esami dati all’università.

Facendo un bilancio, possiamo dire che l’attuale sistema universitario anziché emancipare ə singolə (come ci raccontano) dai difficili contesti di appartenenza, amplifica e rappresenta un ulteriore sbarramento in un sistema elitario e classista. Ma non solo. L’Università è quel luogo dove è ancora nettamente visibile un retaggio feudale di trasmissione del potere che, però, non stona affatto con il liberalismo più spietato. Procediamo con un esempio. Supponiamo che unə studentə proletariə volesse continuare, oltre la laurea magistrale, la sua formazione accademica, ecco che troverebbe non pochi problemi. La ricerca universitaria post-laurea prevede la partecipazione a bandi di concorso per il dottorato di ricerca in ogni Ateneo. Il dottorato di ricerca (PhD) in Italia è a numero chiuso ed è pagato da enti pubblici (Stato, Unione Europea) o privati, ad eccezione dei dottorati senza borsa in cui non è previsto alcun contributo economico e dove si lavora gratis alla ricerca accademica. La borsa di dottorato ammonta a 16.243 euro lordi all’anno, circa 1.200 euro al mese. Questo “salario” dovrebbe garantire il regolare svolgimento della ricerca fungendo da “giusta” retribuzione per il lavoro svolto. Tuttavia, con l’aumentare del costo della vita (beni di prima necessità, affitti, trasporto…) questa cifra diventa sempre più irrisoria costringendo ə nuovə ricercatorə a svolgere altri lavori se non ha alle spalle una situazione economica che lə può dare un supporto materiale e permetterlə di studiare in tranquillità. Inoltre, i pochi fondi stanziati per la ricerca (dottorati, assegni…) fanno sì che i posti disponibili nei concorsi siano sotto la decina ad Ateneo (per essere gentili! La maggior parte degli atenei soprattuto nelle discipline umanistiche bandisce in media tre posti! In generale, l’ANVUR raccomanda che ogni corso di dottorato disponga di un numero medio di almeno sei borse di studio, con un minimo di quattro per ciclo e suggerisce che il 75% dei posti disponibili sia coperto da borsa di studio). Questo meccanismo di selezione alimenta una dinamica squallida ma egemone nelle nostre università: il cosiddetto “baronato accademico”.

Se i posti banditi sono irrisori, i pochi che vorranno ancora concorrere per continuare la “carriera accademica” dovranno allora individuare nel corpo docenti quei professori con più potere per avere un aiuto (per non parlare di vere e proprie raccomandazioni) per ottenere la borsa di ricerca. Tale dinamica feudale, che procede per vassalli (ordinari di potere), valvassori (ricercatori e associati) e valvassini (studenti), si ripropone ogni volta che ci si trova dinanzi a un bando di ricerca. Conferire l’incarico direttamente senza passare per il concorso pubblico, quindi, non è nulla di nuovo. La ministra Bernini non ha fatto altro che ufficializzare una formula vecchia quanto le università che privilegia chi può permettersi anni e anni di precariato tra una borsa di ricerca e l’altra e lascia indietro quelli che attendono che si liberi un posto non assicurato dalla “buona parola” di nessuna catena di potere.

Fisiologicamente, chi è più ricco avrà più facilità ad accedere e proseguire i percorsi di ricerca, chi è più povero è meglio che cambi prospettiva.

Questa strozzatura dei fondi e la conseguente selezione di classe hanno effetti devastanti anche sul tipo di sapere prodotto e trasmesso. Quando l’accesso all’università e alla carriera accademica è limitato a chi proviene da classi sociali privilegiate, il sapere che ne deriva risulta inevitabilmente influenzato dalle visioni e dagli interessi di queste stesse classi. Questo processo è scientemente prodotto proprio per rinforzare ulteriormente i rapporti di produzione dominanti con narrazioni legittimanti come quella del merito e dell’eccellenza. L3 student3 e l3 ricercator3 che riescono a sopravvivere nel sistema precario sono spesso coloro che sono o espressione diretta della classe dominante o che sono stati formati per conformarsi ai valori dominanti e a non mettere in discussione le strutture di potere esistenti. Di conseguenza, il sapere prodotto diventa sempre più allineato agli interessi della classe dirigente egemone e sempre meno capace di sfidare (figuriamoci di ribaltare!) il potere e la miseria dell’esistente.

La perdita di autonomia accademica e la mercificazione del sapere hanno avuto un effetto devastante sulla capacità dell’università di generare pensiero critico e di fungere da fucina di antagonismo sociale. Oggi, l’università è ancor di più uno spazio di conformismo e passività, dove l3 student3 sono visti principalmente come consumatori di nozioni piuttosto che come soggetti attivi nello sviluppo del sapere. Questa trasformazione ha portato a una riduzione della presenza di elementi antagonisti all’interno dei luoghi del sapere a cui va aggiunte la sempre più pressante logica della competitività e della precarietà per cui l3 giovan3 ricercator3, sono costrett3 e sempre più oberat3 dai problemi economici e professionali, risicando il tempo della riflessione critica e dell’impegno politico. La pressione per ottenere risultati tangibili e pubblicare articoli scientifici impedisce loro di esplorare tematiche più complesse e meno immediate, che potrebbero invece aprire nuovi orizzonti di pensiero e azione.

A questo scenario va aggiunta un’altra imprescindibile considerazione. Fino a qualche anno fa, chi veniva tagliato fuori da questo sistema marcio, optava per l’insegnamento a scuola come seconda chance. Ad oggi anche quest’opzione sembra impraticabile, o almeno, anche questo percorso è un tragitto ad ostacoli, una selezione di classe.

Prima dell’introduzione dei 24 CFU (ora sono 60), l’accesso all’insegnamento nelle scuole secondarie in Italia avveniva attraverso diversi percorsi, che variavano a seconda del periodo e delle normative in vigore. Una delle principali modalità era rappresentata dalle Scuole di Specializzazione all’Insegnamento Secondario (SSIS), attive dal 1999 al 2010. Queste scuole offrivano un percorso biennale universitario finalizzato a formare l3 futur3 docenti. Per accedere alla SSIS era necessario superare un concorso di ammissione e, al termine del percorso, si otteneva l’abilitazione all’insegnamento in una o più classi di concorso. Tuttavia, la SSIS fu abolita nel 2010, lasciando spazio ad altre soluzioni. Un’altra via per accedere all’insegnamento era la partecipazione ai concorsi pubblici per titoli ed esami. In questo caso, era sufficiente possedere il titolo di studio richiesto, come una laurea magistrale o un diploma di laurea del vecchio ordinamento, che permettesse l’accesso alle specifiche classi di concorso. L3 vincitor3 del concorso ottenevano direttamente il diritto all’assunzione come docenti. In parallelo, esistevano le graduatorie permanenti (oggi chiamate Graduatorie ad Esaurimento), riservate a docenti abilitat3, dalle quali si attingeva per le assunzioni a tempo indeterminato. Chi non era abilitatə, invece, poteva insegnare tramite le graduatorie di istituto, inserendosi in terza fascia sulla base del solo titolo di studio, ma questa strada offriva accesso solo a incarichi di supplenza.

Ad oggi, per insegnare nelle scuole secondarie di primo e secondo grado occorrono i famosi 60 CFU, introdotti con il Decreto Legislativo 36/2022, che ha riformato il sistema di reclutamento dell3 docenti. Si tratta di un percorso di formazione iniziale che ha sostituito i precedenti 24 CFU e, come dice il nome, è costituito da 60 crediti formativi, suddivisi tra attività teoriche e pratiche. Una parte significativa dei crediti è dedicata al tirocinio diretto e indiretto, che consente all3 aspiranti docenti di sperimentare l’attività didattica in classe (sostanzialmente si tratta di lavorare gratis per 200 ore). La formazione teorica, invece, si concentra su discipline come pedagogia, psicologia dell’apprendimento, metodologie didattiche, gestione della classe e valutazione. Questi percorsi sono organizzati dalle università e da istituzioni accreditate dal Ministero dell’Istruzione e del Merito (le università telematiche). Alcuni corsi sono a numero chiuso e l’ammissione è subordinata al superamento di una selezione, soprattutto nelle università con capacità limitate o alta domanda. Il costo dei 60 CFU varia in base all’università e alla regione, ma generalmente si aggira tra i 2.500 e i 3.000 euro.

Non che in passato la strada per l’insegnamento a scuola fosse meno elitaria e precaria, tuttavia i 24 CFU prima e ora i 60 CFU, con costi elevatissimi e accessi ridotti, non fanno che ampliare il meccanismo di selezione di classe per accedere all’insegnamento scolastico e universitario nel nostro Paese attraverso lunghi e insostenibili periodi di precariato.

L’abilitazione all’insegnamento, un grande regalo finanziario alle università telematiche, e l’accesso alla ricerca universitaria sono diventate delle posizioni privilegiate del sistema educativo, sancendo definitivamente l’impossibilità per le fasce più povere di istruire le nuove generazioni.

Che sia la borghesia di ieri e di oggi a formare la borghesia del domani!

A tutti gli altri, viene chiesto di accontentarsi della laurea (se si arriva sani e salvi al pezzo di carta), come se questa fosse già una gentil concessione di prestigio fuori dalla portata di noi studenti e studentesse che non siamo nati in famiglie privilegiate.

L’Università – fabbrica

Col rischio di sembrare fin troppo lunghi, non possiamo non sottolineare un ulteriore aspetto di tragicità nel sistema universitario, ovvero che la funzione dell’apparto educativo non si esaurisce nella sanzione delle differenze sociali esistenti, ma ha anche un fondamentale ruolo di riproduzione delle forze produttive – cosa che, ovviamente, si riflette soprattutto attraverso la determinazione dei finanziamenti gerarchicamente distribuiti in accordo con la “strategicità” maggiore o minore di un dato campo di ricerca. Le due cose vanno assieme: non c’è nulla di casuale in dati tassi di abbandono scolastico o nella distribuzione diseguale della platea giovanile all’interno dei vari istituti. La scuola prima e l’università poi fungono da formatrici di manodopera, in alcuni casi più specializzata, in altri meno. Le statistiche seguono poi questa insindacabile verità. Ora, non c’è assolutamente niente di stravagante nel fatto che una società abbia necessità di riprodurre (e magari far avanzare) certe competenze. Tuttavia, è possibile constatare che tale processo si è accompagnato nel neoliberismo con l’emergere di due ulteriori, e determinanti, specificità. Innanzitutto, abbiamo assistito a un sempre maggiore discredito di quei campi non immediatamente spendibili all’interno della produzione. In secondo luogo, poi, anche all’interno dei dipartimenti scientifici (gli spendibili), la sintesi di un mai sopito positivismo e massiccia integrazione di capitali privati nei bilanci universitari ha comportato una stretta intorno alle direzioni – e valoriali e metodologiche – e all’autodeterminazione della ricerca.

La funzione dell’Università, che potremmo definire, in tal senso, ideologico-gerarchica, (vale a dire quella di riproduzione dei rapporti di produzione, e quella attraverso cui capiamo anche cosa sia il sapere per le nostre società) è sempre in azione, e continua il suo lavoro nella penombra, fra il detto e il non detto. Più di tutto, se leghiamo quanto qui stiamo osservando circa la funzione delle Istituzioni del sapere a quello che dicevamo prima a proposito di ciò che il sapere è diventato nelle nostre società, s’impone una costatazione decisiva: la razionalità propagandata e riprodotta dal sistema vigente è monca del carattere creativo. A esser stato espunto dal regno del pensiero è, in questo tempo di capitalismo assoluto, proprio l’immaginazione come forza in grado di ridefinire le nostre società. Le istituzioni del sapere sono state ridotte a funzioni della produzione, a casse di risonanza del rumore ideologico, a “costi” che il sistema, in ogni modo, cerca di minimizzare ed esternalizzare. Se l’operatività diviene ciò che solo ci interessa del sapere – ovvero se ci deve interessare solo ciò che è utile, che serve alla controparte per riprodursi –, il sistema richiederà esattamente ciò ad esso: che valga, e valere significa valore, ovvero produrre valore. Il capitalismo oggi è riuscito nell’impresa di far accettare alla stragrande maggioranza della popolazione l’idea di un sapere vincolato mani e piedi alla rigenerazione delle forze produttive, un sapere completamente assorbito dall’unico fine ritenuto valido: la minimizzazione dei costi di queste ultime.

È comunemente accettato che il sistema di produzione industriale, che passa inevitabilmente dallo sviluppo tecnico, abbia come fine il miglioramento delle condizioni di vita degli individui nella società (trasporti, cibo, medicine etc…). Il miglioramento delle condizioni legittima i rapporti di produzione e fa riconoscere nei privati il motore dello sviluppo umano. Ma chi decide oggi cosa significa benessere sociale o affermazione individuale? È benessere sociale la possibilità da parte di una fetta della società accedere al consumo di una grande quantità di beni primari mentre contemporaneamente una frazione molto più grande di società e del mondo non può oggi nemmeno accedere ai beni essenziali? Chi decide che la costruzione di un velivolo ad alte prestazioni tecnologiche capace di trasportare 10 persone da una parte all’altra del mondo in poche ore sia considerato sviluppo tecnologico finalizzato al miglioramento delle condizioni di vita generali, più dell’impegnare le forze industriali e intellettuali a risolvere problemi strutturali che colpiscono una larga fetta della popolazione come la mancanza di acqua, cibo e salute (nel Sud globale e non)? Ad oggi è nelle sedi del potere economico che si prendono queste decisioni. Leggi di mercato e finanziamenti sono la bussola della produzione del sapere e dunque ciò che influenza la definizione di sviluppo. È chiaro come la visione liberale della collaborazione tra pubblico e privato, finalizzata al miglioramento delle condizioni di vita generali, sia una menzogna. E in questo scenario le strutture politiche non garantiscono affatto che ai processi di accumulazione del capitale venga associato un miglioramento delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione globale. Cosa produciamo, in che modalità, dove, in che tempi, per quale obbiettivo e per chi, tutto ciò è deciso nei luoghi del potere economico, e non dal basso, tantomeno nelle accademie, che potrebbero essere luoghi di costruzione di un sapere critico e tecnico e di riflessione più ampia sulla società e suoi bisogni. Il ruolo dello studente non è più quello di essere parte integrante del processo di analisi, di discussione e di elaborazione della realtà, bensì è ridotto a mero strumento di cui la produzione si serve per riprodursi, migliorarsi e legittimarsi, senza che egli abbia la possibilità di scegliere cosa il suo sapere debba produrre / per quale tipo di produzione il suo sapere sia finalizzato. 

Funzione e ideologia non sono scindibili, ma si determinano vicendevolmente. La domanda “a cosa serve” non può mai essere scissa dal valore che in una data istituzione è riprodotto. Il credito universitario, per esempio, svolge esattamente questo compito: fa ricadere il percorso formativo all’interno di uno schema in cui l’unico valore riconosciuto è la quantità, nello specifico la quantità di nozione appresa, poi spendibile all’interno della produzione. Già qui, in questa semplice quantificazione dell’informazione, in questa riduzione del processo formativo a un tot di conoscenze immagazzinate, è in atto la trasfigurazione della cultura e la sua esemplificazione in capitale (potenziale). La messa al lavoro della società, la trasformazione di tutta la storia dell’individuo e della cultura in un fattore della produzione, sono già tutte qui. La funzione segue e risuona dell’ideologia. Quante cose dentro un misero CFU…

La quantizzazione degli insegnamenti e la sua rappresentazione numerica hanno varie esigenze. La quantificazione delle ore didattiche da erogare, l’indicazione del tempo medio da impiegare per superare gli esami sono gli aspetti più innocui e addirittura potrebbero risultare funzionali nell’organizzazione di un piano didattico.  Ma in verità celano un’arbitraria decisione che rappresenta la volontà di gerarchizzare il sapere e renderlo una merce vincolata a un mercato del lavoro che ha già determinato, nelle sedi del potere economico citate prima, i profili di cui ha bisogno e i suoi obbietti.

L’uso dei CFU, il modo in cui essi determinano il peso ed il valore dei singoli esami (da 3, 6, 12 o 18) è dunque legato all’esigenza che il mercato del lavoro ha di poter assumere profili che hanno un determinato tipo di competenze strumentali alla sua fase ed al suo momento storico.

L’estrema professionalizzazione che il mercato del lavoro richiede in questa fase ha come conseguenza l’estrema specializzazione dei percorsi di formazione, richiesta dai privati nei confronti delle accademie, che si moltiplicano progredendo indipendentemente e senza dialogare tra percorsi o accademie differenti. Dialogo necessario per coltivare quella visione del mondo generale necessaria per decifrarne la complessità e la consapevolezza del ruolo che la conoscenza ha all’interno dei rapporti di produzione. Questi meccanismi costringo le accademie e i ministeri a uno schizofrenico e costante aggiornamento dei percorsi di formazione senza una reale riflessione sull’esigenze generali della società o della produzione industriale.

Se ci chiedessimo “a cosa serve” il nostro apparato educativo e se questa domanda la ponessimo anche all’attuale Riforma Bernini, la risposta non dovrebbe sorprenderci più di tanto. Oggi all’Università italiana è richiesto di produrre nel minor tempo possibile e al minor costo possibile il più elevato numero di laureati, attraverso percorsi enormemente burocratizzati (che paradosso se si pensa alla selezione di classe di cui sopra!). All’altare del mercato ogni altro valore è sacrificato e la quantità (dei laureati) è sempre più separata dalla qualità (della vita degli studenti, della loro formazione individuale etc…). L’unico problema che si pone il sistema universitario è garantire l’uscita in un dato tempo di quanti si sono iscritti e per tenere fede a certe promesse si è perseguita una pedissequa liceizzazione dei programmi e dei percorsi universitari, nella vana speranza di porre mano al problema dei fuori corso (oggi in Italia 700.000). L’apprendimento universitario ha smesso di esistere come luogo di articolazione di pensiero critico e di sviluppo pieno delle capacità intellettuali, di approfondimento e di piacere, per trasformarsi in un terminale di trasmissione di quanti di informazione. Ammesso che si voglia definire il fuori corso come un problema, questo non potrebbe mai (e di fatti non lo è) essere risolto tramite una qualsivoglia semplificazione dei programmi. A mancare non sono certo le capacità; troppo spesso, invece, si tratta di carenza di soldi, stimoli, opportunità, tempo. Si cominciasse, per esempio, a garantire strutture residenziali per gli studenti fuorisede, e lo si facesse a fondo perduto (vale a dire svincolando la stanza dalla resa accademica) si scoprirebbe che molto del tempo che manca al profitto accademico è speso in miseri lavori necessari a pagare affitti sempre più elevati. Ancora una volta, prima di lanciarsi in avventate risposte e semplicistiche soluzioni, sarebbe meglio liberarsi dall’ideologia del merito. Ridurre la questione alla maggiore o minore difficoltà dei programmi significa anche ignorare l’importanza decisiva che fattori quali la motivazione, l’attenzione, l’interesse e, ancor più, le aspettative e le speranze esercitano su ognuno di noi. Significa, all’atto pratico, credere che gli studenti abbiano definitivamente perso il loro carattere di persone con bisogni ed emozioni singolari, per assumere l’abito del futuro impiegato della catena produttiva. Il sapere non circola e si riproduce in una camera iperbarica, isolato dalla realtà circostante, ma che fondamentale è l’atmosfera, la tonalità emotiva, che circonda gli studenti nella loro quotidianità, non solo, dunque, quando indossano gli abiti del discente. Inoltre, il non detto di queste politiche unicamente volte alla produzione in serie di laureati consiste nell’oscuramento di cosa si cela dietro quel numero, o, per meglio dire, di cosa quel numero non dice. Se l’unica cosa che ci interessa è un numero definito di laureati in grado di soddisfare la domanda, allora è evidente che poco ci importa di altre questioni non esattamente marginali: come sia distribuita la platea di studenti sul territorio nazionale, l’estrazione sociale dello studente, il tasso di abbandono scolastico e così via. L’intenzione strumentale e operativa con la quale il sistema interagisce con l’apparato educativo e le sue istituzioni fa sì che questi problemi non siano nemmeno colti come tali. Se la produzione è l’unico valore riconosciuto è chiaro che tutto ciò che un’università dovrebbe essere in più ed oltre un semplice canale di riproduzione delle forze produttive, sia nei termini di presidi di sviluppo socioculturale sia nei termini di centri diffusi capillarmente sul territorio nazionale, non può che venir meno. Negli ultimi decenni, soprattutto con la Riforma Gelmini, si è proceduti alla lunga dismissione di un modello di università diffuso e di qualità, a tutto vantaggio di una sorta di eccezionalismo accademico che riproponeva nel campo del sapere la vuota menzogna liberale in accordo con la quale pochi centri di eccellenza valgono quanto una rete capillare di università. Mosse da questa ideologia era inevitabile che le istituzioni di questo Paese si decidessero per una condanna – esplicita o implicita poco importa – degli atenei più piccoli, di quelli del mezzogiorno e, con effetti doppiamente drammatici delle aree interne. Ancora in questi termini è da leggersi anche il regalo che l’attuale Ministra Bernini e il Prof. Festa (il già nominato) s’impegnano a fare, nel pieno dello spirito squisitamente clientelare che li muove, alle università telematiche. Queste ultime, offrendo pacchetti su misura per rispondere alla domanda di tecnici e dirigenti, non solo sapranno presentarsi come (miseri) palliativi delle carenze dell’attuale sistema universitario nazionale (i 60 CFU sono stati delegati prevalentemente alle telematiche con la scusa che le università statali non riescono a gestire anche questa richiesta), ma, in più, faranno finalmente ciò che il sistema da tempo richiede: atrofizzare i cervelli. In esse si celebrerà il trionfo della passività e dell’alienazione. Uno studio tagliato sull’individuo, svolto negli interstizi di tempo libero tra un lavoro e un altro, fra le quattro mura di una camera. Lo studio come mero investimento a rendere – dove la resa però, quella vera, sarà sempre costituita dal profitto padronale. Una nuova, grande, vittoria da parte dell’Istituzione: aver messo in piedi delle università pienamente rispondenti alle esigenze del capitale, estirpando alla radice il problema che le ha sempre caratterizzate: l’esser fucine di antagonismo sociale e creatività politica

Sapere – merce

Durante questa mobilitazione universitaria uno dei testi che ci ha accompagnato – e su cui non siamo nemmeno d’accordo in tutte le sue parti, ma che ci ha aiutati a strutturare un ragionamento più complessivo sull’università – è il volume, appena pubblicato dalla collana MachinaLibro di Derive Approdi, L’università indigesta: professori e studenti nell’accademia neoliberale di Francesco Maria Pezzulli. Nella prefazione di Carlo Vercellone viene ribadita una questione:

«la conoscenza non è un bene come gli altri. Possiede delle caratteristiche particolari per cui la sua privatizzazione presenta degli inconvenienti maggiori che ne fanno un caso di fallimento del mercato, c’è una situazione in cui l’allocazione dei beni e dei servizi effettuata tramite il libero mercato e la proprietà privata non è efficiente. La conoscenza, a differenza ad esempio di una mela, è infatti, nel gergo della teoria economica un bene collettivo, non rivale, non cumulativo e difficilmente escludibile attraverso i prezzi. Non rivale in quanto, a differenza della mela, tutti possono consumarla e utilizzarla senza privarne gli altri. […] ancor più, la conoscenza, a differenza della mela, non solo non è distrutta nell’atto del consumo, ma si arricchisce con esso, attraverso un processo cumulativo4».

Questo assunto di base ci permette di evidenziare come l’attuale sistema della ricerca universitaria non abbia affatto come priorità quella di avanzare nuove scoperte per migliorare la vita collettiva, far circolare i risultati prodotti in virtù di nuove conoscenze, bensì la priorità di questo impianto è il profitto. Il meccanismo dei brevetti che regola il mercato del sapere scientifico fuori dalle università non è altro che il risultato, e al contempo l’origine, di quel meccanismo di monopolio del sapere di cui i nostri laboratori sono degli avamposti. Se pensiamo agli scienziati di un tempo immaginiamo, non senza romanticismo, degli uomini (ahinoi!) colti che non solo avevano delle competenze avanzate su alcune leggi della fisica, ad esempio, ma che si sapevano orientare in un orizzonte del sapere più vasto, anche umanistico, seppur non era il proprio campo di interesse. Ma soprattuto, una delle ambizioni più nobili della ricerca era la volontà di socializzare il più possibile i risultati e divulgare, anche a un pubblico non specialista, le proprie invenzioni. Non che il passato non portasse con sé delle contraddizioni, però, ad oggi, il processo in atto è radicalmente all’inverso: i saperi sono sempre più specialistici e la ricerca è sempre più settorializzata, chiusa nelle segrete stanze. A chi si occupa di scienza non è data alcuna formazione umanistica e viceversa, a meno che non ci sia una spinta personale, ma il tempo per studiare oltre quello in cui bisogna convalidare gli esami è sempre più ridotto. I laboratori delle facoltà scientifiche si occupano di una singola questione finendo per connotare e contraddistinguere l’università tutta e quel dipartimento per un micro-risultato. Inoltre, e il meccanismo di punteggio sulle pubblicazioni ha contribuito notevolmente, la ricerca è sempre più arroccata su ciò che già ha ottenuto. Per paura di essere smentiti, per paura di non essere più citati, per paura di essere sorpassati, il punto di arrivo di uno studio non è più un punto d’inizio per ampliare ciò che già si è trovato. Piuttosto si preferisce pubblicare innumerevoli articoli, tra di loro identici nei contenuti, anziché pubblicarne meno ma migliori dal punto di vista dei risultati e delle potenzialità che questi hanno nell’incentivare la ricerca degli altri.

Il sapere non è più quella merce particolare come accennava Vercellone, il sapere è diventato una merce e basta. Questo dato è figlio di un processo che è iniziato nel 1980 in USA con la promulgazione della legge Bayh -Doyle che concedeva alle università e alle istituzioni senza scopo di lucro il diritto di sfruttare e commercializzare le proprie invenzioni e scoperte, realizzate nei laboratori sovvenzionati da fondi per la ricerca pubblica. L’anno seguente con l’Economic Recovery Tax Act, alle aziende che stipulavano accordi di partnership con le università nel campo della ricerca sono state concesse delle sostanziali agevolazioni fiscali. Ciò ha creato le condizioni per una rottura tra lo «spirito della scienza aperta5» e le attuali istituzioni della ricerca, sancendo anche un’effettiva separazione tra l’attività dell’insegnamento e quella della ricerca, isolando la seconda. In un pionieristico volume dal titolo Per una critica dell’Università, del 1971, sulla crisi dell’Univeristà in Germania Occidentale negli anni Sessanta e le conseguenti critiche elaborate dalla sinistra universitaria di tale Paese, il sociologo Carlo Donolo nella Nota introduttiva accenna ad una questione ancor oggi attuale e dice:

«È appena necessario notare che questa tendenza porta un ulteriore depauperamento culturale dell’università e a un aumento dell’irrilevanza sociale della cultura che viene riprodotta. I problemi che derivano sono noti: da un lato contenuti didattici approssimativi, poco rigorosi, astratti e obsoleti rispetto al livello della ricerca, dall’altro il dorato isolamento dei ricercatori da ogni prassi sociale con il tipo di aporie e di conflitti rivelati dalle lotte6 […]. (La ricerca è così) sottratta per definizione a ogni controllo pubblico a livello sia dell’impostazione sia della discussione dei risultati. […] Non sono affatto previsti canali per committenze “dal basso”, cioè degli studenti stessi e di istanze sociali non “privatistiche”. In questo modo le scienze conducono una vita stenta nel complesso irrilevante. Eppure ormai la domanda di nozioni e di informazioni sulla società è molto forte, da parte degli studenti di ogni facoltà, e può essere soddisfatta soltanto con una didattica che sia anche ricerca, perché gran parte di quelle informazioni devono ancora essere prodotte7».

Il punto che vuole sottolineare l’autore è la progressiva distanza sostanziale tra ciò che si ricerca e ciò che viene insegnato nell’Università- fabbrica. In effetti, sovente anche ai nostri giorni è la differenza tra i temi di ricerca e le nozioni impartite durante le lezioni, soprattutto nelle facoltà umanistiche. L’idea della ricaduta presente di ciò che viene studiato nei percorsi di ricerca è bel lontana dall’integrare dei saperi più che stagnanti promossi da professor3 anagraficamente (come riportavamo nel primo paragrafo) lontan3 dalle esigenze delle nuove generazioni. Certo, ciò non significa che vada sempre così, esistono sicuramente, al di là dell’età, professor3 in grado di relazionare ciò che è scritto nei manuali a quello che accade fuori dalle mura dell’università; tuttavia, è un approcciò sporadico e casuale, lasciato al buon cuore dell3 singol3 piuttosto che essere una scelta metodologica complessiva.

Qualcunə allora citerà la terza missione oppure dirà che puntualmente l3 ricercator3 presiedono le lezioni curriculari nei cicli di laurea. A queste due questioni, va però puntualizzata un’evidenza. Partiamo dall3 “assistenti dell3 professor3” cioè coloro che svolgono attività di ricerca e accompagnano anche la didattica. Queste figure, lungi da integrare il proprio percorso di ricerca specifico nel piano didattico della materia, fungono da manodopera non retribuita. Infatti, accade spesso che tali figure affianchino o sostituiscano professor3 assenti o oberat3 di lavoro, senza però essere pagate per svolgere tali mansioni. Nessun contratto dichiara che il compito dellə ricercatorə (a volte anche dellə dottorandə) è quello di fare gli esami o smaltire la burocrazia accademica – compito noioso ma che spetta all3 docenti se ci atteniamo al lavoro per cui ogni figura è pagata. Qui subentra quel meccanismo clientelare e di vassallaggio di cui sopra: con il ricatto della presenza e della fedeltà, per evitare il lungo precariato universitario, affiancando il più possibile lə docente “di riferimento” l’assistente e ricercatorə spera in uno sconto di “pena”.

L’integrazione visibile durante le lezioni è un’esclusione sostanziale in ciò che viene trasmesso nelle aule.

Differente ma non dissimile è il meccanismo della terza missione. Questo campo di interesse delle univeristà si propone di «promuovere la crescita economica e sociale del territorio» tramite «attività di trasferimento scientifico, tecnologico e culturale e di trasformazione produttiva delle conoscenze, attraverso processi di interazione diretta dell’Università con la società civile e il tessuto imprenditoriale» La Terza Missione, come da definizione dell’ANVUR, è a tutti gli effetti una missione istituzionale delle università, accanto alle missioni tradizionali di insegnamento e ricerca. Le due missioni individuate dall’ANVUR sono: missione di valorizzazione economica della conoscenza, quindi la trasformazione della conoscenza prodotta dalla ricerca in conoscenza utile a fini produttivi (la gestione della proprietà intellettuale, la creazione di imprese, la ricerca conto terzi e i rapporti ricerca-industria, e la gestione di strutture di intermediazione e di supporto, in genere su scala territoriale); e la missione culturale e sociale, dove ricerca ha come obiettivo  la produzione di beni pubblici che aumentano il benessere della società, in ambito educativo (educazione dell3 adult3, life-long learning, formazione continua), culturale (eventi e beni culturali, gestione di poli museali, scavi archeologici, divulgazione scientifica), sociale (salute pubblica, attività a beneficio della comunità, consulenze tecnico/professionali fornite in equipe), di consapevolezza civile (dibattiti e controversie pubbliche, expertise scientifica)8.

È evidente già dalla scelta terminologica che la missione reale dell’univeristà, nel senso di cui sopra, è il legame tra univeristà ed economia territoriale. Ciò che invece l’univeristà dovrebbe favorire è il rapporto tra università e territori, che è ben diverso! Piuttosto che la valorizzazione meramente economica, occorrerebbe una valorizzazione pratica di ciò che si sviluppa e si ricerca, una messa a disposizione realmente democratica di cui beneficia l’intero territorio e non una piccola parte, quella della borghesia imprenditoriale o delle aziende private (comprese quelle culturali e sanitarie). Occorre una redistribuzione del sapere, cioè serve produrre un sapere che contribuisca realmente al benessere collettivo, dei territori e di chi li vive, soprattutto delle fasce più deboli e nelle zone più marginalizzate del sistema produttivo, sociale e politico del Paese

Università l’Orientale occupata a sostegno del popolo e
della resistenza palestinese. Napoli, 21 novembre 2024

Conclusioni

Anche noi abbiamo una missione, una Prima Missione.


Come student3, come precar3, come persone che vivono dentro e fuori gli spazi dell’università, il nostro compito è fare battaglia a partire dai nostri luoghi del sapere per mettere in discussione l’intero impianto ideologico dominante che si insidia meschinamente in ogni ambito della nostra vita, dalle relazioni, all’università, dai luoghi di lavoro, allo spazio pubblico. In questa fase, investendo gran parte del nostro tempo nelle università, il nostro primo compito nei luoghi della formazione è quello di fare “battaglia delle idee”. Questa battaglia non può essere solo teorica, ma deve tradursi in azioni concrete che smascherino i meccanismi di oppressione e sfruttamento che reggono il sistema universitario e sociale. Come disse Fidel Castro in un discorso del 1999, «dobbiamo promuovere un cambiamento totale della vita delle persone, l’istituzione di nuovi valori e di una nuova cultura, basati principalmente sulla solidarietà tra le persone e non sull’egoismo e l’individualismo». Questa battaglia non può assumere le forme pacificate e istituzionali proposte dalla controparte e con essa compatibili, non si può limitare alla sola rappresentanza studentesca o, al rovescio, non è possibile trasformare l’università cedendo alla passivizzazione e alla rassegnazione. La trasformazione è necessaria, urgente e inevitabile se vogliamo costruire un futuro diverso da quello che ci viene imposto.Come è stata agita dalla controparte – e il documento serve anche a testimoniare questo –, anche noi possiamo cambiare l’esistente e farlo insieme perché farlo da sol3 non basta, da sol3 non si è abbastanza. Quando ci diranno che il sapere è neutro, dimostreremo il contrario; quando continueranno a ribadirci che nell’università non c’è spazio per la politica, evidenzieremo che tutto ciò che ci viene propinato nei luoghi della formazione è politico, in quanto riproduzione di un sistema predatorio, ingiusto e guerrafondaio; quando ci imporranno di stare al nostro posto, di fare l3 discenti, noi non ci staremo perché non siamo mai solo student3: siamo anche lavorator3, siamo persone che vivono fuori dall’università, in una realtà materiale fatta di contraddizioni e stenti, ma anche di passioni e gioie, quindi sappiamo bene cosa significa essere sfruttat3 e cosa non vogliamo per il nostro domani. Dobbiamo demolire ciò che ci viene presentato come “naturale”, mostrandone il doppio fine ideologico e la sua natura transitoria e di parte. Dobbiamo smascherare il carattere classista di un sistema che seleziona, esclude e perpetua disuguaglianze, mentre ci racconta menzogne sul merito e sull’eccellenza.

Questo ultimo anno di mobilitazione in solidarietà al popolo palestinese ci ha insegnato che abbiamo una forza collettiva e che possiamo esercitarla per incidere sull’università e per cambiarne i connotati radicalmente, dalla radice. Abbiamo chiari chi sono i nostri alleati. Non possono essere in alcun modo i rettori e le rettrici, coloro che hanno contribuito a questo stato di cose presenti e per cui non c’è tatticismo che tenga. Non lo sono le forze politiche che hanno svenduto la scuola e l’università ai privati per qualche finanziamento immediato o per tornaconto personale. I nostri veri alleati sono l3 lavorator3, l3 precar3, le persone migranti, i territori in lotta e le comunità resistenti anche dall’altra parte del mondo. Sono coloro che giorno dopo giorno tentano di costruire una società migliore e più giusta, passo dopo passo, con determinazione e malgrado tutto. Questa scelta non è dettata da identitarismo politico, ma è la lineare posizione da assumere quando si riconosce che l’università non è un’isola felice separata da ciò che la circonda, ma è un tassello fondamentale dell’intera struttura sociale.

Inoltre, non ci salveremo di certo dalla barbarie generalizzata se continueremo a difendere un’ottocentesca liberalità dei saperi: un altro sapere, l’utilità di un’inutile ricerca, il piacere di ricercare fuori dalle maglie del tessuto produttivo, potranno essere tali solo se effettivamente muterà il rapporto sapere-società, ricerca-potere. Ovvero solo se, da ultimo, a mutare sarà la stessa società. Noi lottiamo per un sapere liberato dalle dinamiche di profitto, per un sapere che sia strumento di emancipazione e non di oppressione.La nostra non può essere una battaglia limitata alla sola università, altrimenti perderemo. Se lo sarà, essa mostrerà il suo peggior volto, risolvendosi in null’altro se non in uno scontro corporativo portato avanti da una casta che, infine, si limiterebbe a difendere i suoi privilegi. Noi lottiamo per un’altra società, nella quale anche il sapere possa essere di altro tipo, in cui parole quali disinteresse e indipendenza non vengano lasciate alla vuotezza astratta dell’ideologia liberale ma possano trovare contenuto e vita uscendo dalla torre d’avorio e, così, sovvertendo un ordine sociale classista e guerrafondaio. Il nostro orizzonte è chiaro: il socialismo, inteso come superamento delle disuguaglianze, della mercificazione del sapere e dello sfruttamento del vivente.

Per fare ciò dobbiamo però partire dal terreno che ci è dato, e dobbiamo farlo in vista di un ampliamento degli elementi democratici e progressivi che ancora resistono all’interno delle istituzioni del sapere; ma dobbiamo farlo con gli occhi puntati all’esterno, mettendo in linea e in comunicazione fra loro i diversi fronti di lotta. Dobbiamo lottare per espandere il diritto allo studio, rendendo il sapere universitario realmente accessibile a tutt3, senza barriere economiche o sociali. Dobbiamo lottare per una territorializzazione dei servizi che sia capillare, che raggiunga anche le aree più marginalizzate e dimenticate. Contemporaneamente, dobbiamo lottare per un mutamento della struttura gerarchico-burocratica delle università, per un reale progetto di superamento del problema del precariato strutturale, per una liberazione dei saperi dall’ideologia produttivista e premiale.

In questi anni in cui venti di guerra colorano di tonalità belliche ogni spazio del nostro vissuto – università compresa –, tutto ciò significa anche lottare per una demilitarizzazione dei nostri atenei e per una ricerca realmente pubblica e libera dall’interesse dei privati. Significa lottare contro un sistema che mercifica il sapere, contro un modello di università che produce disuguaglianze e reprime ogni forma di critica, ma anche e soprattutto per un sapere che sia strumento di liberazione e non di oppressione.

A noi e te che leggi il compito di mostrare che ciò è possibile.
Sarà meglio iniziare a crederci davvero, perché il futuro dipende da noi.

  1. https://jacobinitalia.it/doppio-colpo-alluniversita/ ↩︎
  2. Esempi di bandi competitivi nel contesto universitario e della ricerca:
    Bandi Horizon Europe (UE): Programma quadro dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione.
    PRIN (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale): Finanziamenti italiani per progetti di ricerca universitari.
    ERC Grants (European Research Council): Finanziamenti europei per progetti di ricerca di eccellenza individuale.
    Fondi regionali o nazionali per startup e spin-off universitari. ↩︎
  3. Si rimanda a HORIZON EUROPE. IL FINANZIAMENTO DI MORTE, SFOLLAMENTO, DISCRIMINAZIONE IN PALESTINA, documento informativo a cura di European Coordination of committees and Associations for Palestine, aprile 2023. ↩︎
  4. F. M. Pezzulli, L’università indigesta: professori e studenti nell’accademia neoliberale, MachinaLibro, Bologna 2024, p.14. ↩︎
  5. F. M. Pezzulli, L’università indigesta: professori e studenti nell’accademia neoliberale, MachinaLibro, Bologna 2024, p.16; ↩︎
  6. B. Zorzoli, La ricerca scientifica in Italia, Angeli, Milano 1970. ↩︎
  7. C. Donolo, Nota introduttiva, in (a cura di) C. Donolo, Per una critica dell’università, Einaudi, Torino 1971. Corsivo nostro nel testo per indicare le nostre aggiunte. ↩︎
  8. La valutazione della terza missione nelle Università e negli Enti di Ricerca. Manuale per la Valutazione. Nota integrativa al Manuale per la valutazione approvato dal Consiglio Direttivo nella seduta del 1 aprile 2015, ANVUR, pp. 5, 9; ↩︎

Boicottare per liberare: la nostra prospettiva sul boicottaggio accademico

Introduzione

Da quando i riflettori mediatici sono tornati a puntare sulla Palestina è passato più di un anno: dall’ottobre 2023, giorno dopo giorno, l’escalation della violenza di Israele si estende oltre la Palestina, in tutto il Medio Oriente.

Davanti a un genocidio, la risposta di solidarietà con il popolo palestinese è stata immediata: da subito milioni di persone in tutto il mondo sono scese in piazza per denunciare il genocidio in corso. Si è costituito un fronte internazionale in sostegno alla causa, di cui le università sono state e tuttora sono il fulcro

Durante i primi mesi di mobilitazione, la domanda che emergeva più frequentemente era: Noi, da qui, cosa possiamo fare per sostenere la resistenza in Palestina? Una delle risposte individuate per contrastare il regime colonialista e genocidario di Israele, considerando il ruolo storico che ha avuto in numerosi movimenti, è stata ricorrere al boicottaggio. Quest’ultimo, infatti, è uno strumento che può essere adoperato per apportare un cambiamento concreto alla realtà, se non se ne limita però l’esercizio a un piano esclusivamente vertenziale, se si tiene presente il ruolo che è nostra responsabilità interpretare nella mobilitazione: fare pressione e lottare contro le istituzioni a noi più prossime, per costringerle ad assumersi le proprie responsabilità, per aprire contraddizioni in questa società, attaccando e distruggendo ciò che strutturalmente ha portato all’occupazione della Palestina, costruendo un’alternativa. Il boicottaggio, se messo in pratica con questo fine, è un’arma a nostra disposizione. Ma cosa rende le università centrali in questo discorso? Cosa vuol dire boicottare per liberare? E soprattutto, perché la Palestinalibera tuttɜ? Nelle pagine che seguono proveremo a rispondere a queste domande, raccontando la nostra prospettiva sul boicottaggio accademico.

Il mito della neutralità delle università

Le università non sono un luogo neutro, non rappresentano una bolla avulsa dalla realtà e ciò è dato dalla loro natura intrinseca in quanto luoghi di formazione, profondamente intrecciati con la realtà che li circonda e di cui riflettono le dinamiche. In più di un anno di mobilitazione, ciò è apparso piuttosto chiaro: da un lato abbiamo visto le Governance degli atenei rifiutarsi di assumere pubblicamente una posizione sul genocidio in corso in Palestina, dall’altro a parlare sono stati i fatti. L’ Università degli Studi di Padova, durante i mesi di mobilitazione della primavera del 2023, ha negato l’autorizzazione all’uso di un’aula per un incontro organizzato dallɜ studentɜ con l’attivista palestinese e membro fondatore della Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI) e del Boycott, Divestment and Sanctions (BDS) Movement Omar Barghouti; l’Università Sapienza di Roma ha deciso di destinare la maggior parte dei fondi per la protezione umanitaria all’accoglienza di professorɜ israelianɜ delle università di Tel Aviv, Gerusalemme e Be’er Sheva, respingendo le richieste di moltɜ docentɜ palestinesɜ della Cisgiordania occupata e di Gaza, dove tutte le università sono state distrutte; l’Università di Siena, poi, ha impedito l’organizzazione da parte dellɜ studentɜ di una conferenza sulla Palestina che avrebbe visto la partecipazione di ospiti come Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, e Ilan Pappé, storico di fama internazionale; ancora, l’Università degli Studi di Torino ha vietato un incontro proposto dallɜ studentɜ con Mariam Abu Daqqa, attivista e femminista palestinese, presidente dell’Associazione Palestinian Development Women Studies Associations (PDWSA) e dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). Questi sono solo pochi esempi di una lunga lista di fatti che non possono essere interpretati come casi isolati: pur non proferendo parola, pur non essendoci mai state dichiarazioni esplicite, sin da subito è stata evidente la posizione dei nostri atenei e di chi ne costituisce la dirigenza, perfettamente allineati con il Governo e con gli interessi di coloro che tale Istituzione protegge. Lɜ studentɜ però hanno saputo guardare attraverso questa apparente neutralità, non si sono lasciatɜ ingannare e si sono mobilitatɜ per essere parte attiva nel movimento di solidarietà con la Palestina. 

Storicamente, infatti, lɜ studentɜ che si organizzano proprio tra le mura delle università hanno giocato un ruolo centrale nelle trasformazioni politiche e sociali. Un esempio è il movimento di lotta contro il regime di Apartheid in Sudafrica,  a cui parteciparono migliaia di studentɜ, creando una significativa pressione internazionale che portò alla fine del regime segregazionista, il quale peraltro ha sempre tenuto rapporti con Israele ed è stato per quest’ultimo un vero e proprio esempio di divisione su base etnica tra cittadinɜ di serie A e di serie B; o ancora il movimento di contestazione alla guerra in Vietnam tra il 1967 e il 1968, che coinvolse studentɜ in tutto il mondo, dall’Europa agli Stati Uniti.

Sul modello di queste grandi contestazioni alla guerra sono nate campagne di boicottaggio che nel tempo si sono strutturate in effettivi movimenti. Il BDS Movement, per esempio, è un movimento palestinese per il boicottaggio di Israele che, dal suo lancio nel 2005, è diventato un enorme movimento globale composto da sindacati, associazioni accademiche, movimenti di base, organizzazioni studentesche e politiche da tutto il mondo. Con le sue campagne, che comprendono anche azioni contro le istituzioni accademiche israeliane, BDS sta avendo un impatto importante e sta effettivamente sfidando il sostegno internazionale all’apartheid israeliano e al colonialismo di insediamento.  

Il boicottaggio accademico è diventata così una delle pratiche essenziali nella mobilitazione in solidarietà con il popolo palestinese. Anche in Italia l’interruzione degli accordi tra gli atenei del nostro Paese e quelli israeliani è diventata una delle rivendicazioni principali, per interrompere il sostegno materiale al progetto coloniale sionista che avviene tramite la condivisione di sapere con delle istituzioni coinvolte a pieno regime nel genocidio, così come la rottura di ogni legame tra le università e le aziende belliche produttrici di strumenti di morte che hanno contribuito a far arrivare la conta dellɜ mortɜ palestinesi a 47mila persone, in poco più di un anno.

Le università israeliane: demolire le torri d’avorio

Le università israeliane, poi, non sono spazi neutri estranei alle politiche genocidiarie e di apartheid dello Stato di Israele: non sono torri d’avorio in cui intellettualɜ e accademicɜ, isolatɜ dalla realtà che lɜ circonda, e quindi dalla violenza sionista, portano avanti i loro innocui progetti di ricerca. Al contrario, le istituzioni accademiche sono un tassello fondamentale del progetto sionista perché permettono l’espansione fisica e ideologica del sionismo, rafforzando allo stesso tempo la reputazione internazionale dello Stato di Israele. 

Gli stessi campus universitari sono progettati come avamposti militari strategici per portare avanti il progetto di pulizia etnica del popolo palestinese. Alcuni di questi campus, come quello dell’Ariel University nella Cisgiordania occupata, sono veri e propri insediamenti illegali secondo il diritto internazionale. Lo scopo è semplice: offrire servizi di qualità così da incentivare lɜ colonɜ a trasferirsi nel villaggio, e trasformare un insediamento illegale estremamente militarizzato in una città universitaria che faccia invidia al modello americano.

Le università israeliane sono anche il luogo ideale per lo sviluppo dell’hasbara, la propaganda sionista: l’insegnamento di molte discipline accademiche è asservito agli interessi dello Stato, del sistema di apartheid e dell’occupazione militare. 

Nel campo delle humanities, ogni ateneo nei propri programmi di laurea incorpora corsi direttamente improntati alla legittimazione ideologica dei crimini di Israele. Un caso emblematico è lo studio dell’archeologia biblica, che agisce sul doppio binario dell’espansione fisica e ideologica del sionismo: gli scavi archeologici servono ad estendere il controllo militare sui territori palestinesi, legittimando il sequestro di terreni attraverso una falsa ricostruzione della storia abitativa ed etnica della Palestina. Un altro esempio sono le scienze giuridiche che permettono allo Stato criminale di Israele di giustificare le continue violazioni del diritto internazionale e l’espansione degli insediamenti illegali. Le interpretazioni alternative del diritto internazionale offerte dalle università israeliane hanno garantito l’impunità di cui Israele gode da decenni e rappresentano un precedente gravissimo, a cui potenze imperialiste come gli Stati Uniti si ispirano per legittimare i propri crimini di guerra, mascherati da “campagne di antiterrorismo”. 

Tutto ciò è coadiuvato dalla presenza, in tutti i principali atenei, di corsi di laurea sul sionismo1, volti a preparare lɜ studentɜ a difendere lo Stato di Israele dalle contestazioni del movimento internazionale per la Palestina, BDS Movement compreso2

A rendere innegabile la complicità degli atenei israeliani con il genocidio in Palestina è poi la costante presenza dell’esercito e di aziende belliche al loro interno, specialmente nel campo delle S.T.E.M.S. In tutti gli atenei vengono offerti programmi di studio speciali per membri delle forze dell’ordine e dell’IDF. È questo il caso dell’havatzalot3, un programma di formazione d’elite dellɜ cadettɜ dell’esercito israeliano e di aziende belliche come RAFAEL, multinazionale statale israeliana attiva nel settore della difesa e controllata dal Ministero delle Finanze. Entrambi offrono tirocini ed egemonizzano la ricerca scientifica.

Le università israeliane non sono peraltro degli spazi democratici in cui è possibile esprimere una voce fuori dal coro, a discapito della narrazione inclusiva e progressista che viene portata avanti dalle Governance stesse di tali atenei. 

Ogni università israeliana, infatti, ama professarsi pluralista e aperta alle minoranze, spacciandosi come “barlume di civiltà occidentale” in mezzo alla “barbarie palestinese”. Chi contesta il boicottaggio accademico ci accusa di star compromettendo la formazione di una vera opposizione interna allo Stato di Israele, descrivendo le università israeliane come realtà paradisiache, le famose torri d’avorio, in cui studentɜ palestinesi e israelianɜ avrebbero la possibilità di confrontarsi e raggiungere la tanto anelata riappacificazione.

Questa retorica ignora il fatto che le istituzioni accademiche israeliane riproducono al loro interno quegli stessi meccanismi di oppressione che sono propri dello Stato di Israele dalla sua origine. Lɜ professorɜ che dimostrano di essere anche vagamente criticɜ nei confronti del sionismo vengono presɜ di mira: basti pensare alla pressione mediatica e politica che hanno subito i cosiddetti nuovi storici, come Ilan Pappé. Fare ricerca su “questioni scomode” come la Nakba del 1948, ribaltando la distorta narrazione sionista, è infatti praticamente impossibile4: l’accesso agli archivi storici è ostacolato in moltissimi modi5, a partire dal mancato stanziamento di fondi, e lɜ studentɜ che tentano di scrivere tesi sull’argomento vengono perseguitatɜ6.
Allo stesso modo, l’idea che all’interno degli atenei israeliani si possano creare momenti di confronto e dialogo tra studentɜ palestinesi e israelianɜ sembra ignorare il fatto innegabile che vi sono studentɜ di serie A e student3 di serie B, distinzione presente in ogni ambito sociale in Israele e caratteristica del suo regime di apartheid. Il diritto allo studio, alla libera espressione e al dissenso dellɜ studentɜ palestinesi è continuamente ostacolato: anche solo trovare casa o un alloggio universitario diventa un’impresa per lɜ studentɜ arabɜ7. Tutto ciò palesa l’atteggiamento repressivo e razzista nei confronti dei singoli soggetti palestinesi. Ciò nondimeno, l’oppressione sionista negli atenei gioca anche su un piano più ampio, quello collettivo. Le università israeliane silenziano e reprimono, anche con la violenza, qualunque forma di mobilitazione studentesca in sostegno al popolo palestinese, negando di fatto allɜ studentɜ palestinesi la possibilità di organizzarsi e di denunciare i meccanismi che regnano all’interno di quelle istituzioni.

Se volessimo attenerci esclusivamente all’ambito universitario, senza estendere lo sguardo su altri aspetti quali il lavoro, il sistema legislativo, i diritti sociali e civili, questi elementi appena menzionati basterebbero a pretendere che le torri d’avorio vengano demolite. Ma poiché per noi l’università non è un’isola felice, estranea a ciò che la circonda, questa rottura è possibile esclusivamente distruggendo il sistema coloniale e di apartheid con cui da più di 76 anni la Palestina viene illegalmente occupata: solo con la liberazione della Palestina dal fiume al mare si potrà costruire uno spazio universitario veramente libero e democratico.

Boicottare per liberare

Alla luce di tutto questo, risulta chiaro perché l’interruzione dei legami tra gli atenei italiani e israeliani è stato, e continua a essere, uno dei punti fermi nella mobilitazione in solidarietà con il popolo palestinese.

Boicottare vuol dire prendere di mira gli accordi internazionali che garantiscono a Israele supporto materiale e ideologico nel proprio progetto genocida

Il boicottaggio accademico rappresenta uno dei pochi strumenti a nostra disposizione per supportare concretamente il popolo palestinese e la sua resitenza nella lotta di liberazione contro il sionismo, ma non solo. Dal nord al sud della nostra penisola, le mobilitazioni in solidarietà con la causa palestinese, proprio a partire dall’affermazione della necessità di praticare il boicottaggio, hanno reso visibile la continuità esistente tra il sistema universitario e il sistema produttivo, sociale e politico dominante, rintracciando il coinvolgimento dei nostri atenei, non solo nel genocidio in atto, ma in generale nel meccanismo di riproduzione ideologica e materiale del capitalismo. Fino ad ora questa evidenza non era affatto tale: le mobilitazioni in solidarietà con la Palestina hanno reso palesi meccanismi che prima erano sotterranei.     

Le occupazioni di scuole e università, i grandi cortei in tutto il paese che dimostrano che c’è una grossa fetta della popolazione che non vuole chiudere gli occhi davanti a un genocidio, hanno visto un fortissimo attacco repressivo da parte dell’attuale Governo Meloni, non solo con manganelli e cariche nelle piazze, ma anche con strumenti più subdoli, come divieti imposti all’esercizio del diritto – costituzionalmente garantito – a manifestare, con misure create ad hoc per colpire organizzazioni specifiche o addirittura singoli. In concreto, parliamo di precettazioni e divieti all’organizzazione di manifestazioni, fogli di via, denunce, tavoli di concertazione tra la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, il Ministero dell’Università e della Ricerca e il Ministero dell’Interno per elaborare strategie per reprimere le mobilitazioni universitarie che vanno avanti da ottobre 2023, fino ad arrivare al ddl 1660, il cosiddetto ddl sicurezza, che mira proprio a criminalizzare l’espressione del dissenso, alla base di qualsiasi democrazia. 

Non solo. Si tratta dello stesso Governo lɜ cui rappresentantɜ, all’indomani del 7 ottobre 2023, non hanno esitato a dichiarare pubblicamente il pieno supporto dell’Italia a Israele e al Governo di Netanyahu, lɜ cui Ministrɜ sono arrivatɜ a definire lɜ palestinesi addirittura come animali umani. Queste inquietanti dichiarazioni svelano un progetto politico ben preciso di sfruttamento dei territori, delle risorse e delle persone, di pulizia etnica, di negazione dell’identità e della storia di un intero popolo, di sottrazione della possibilità di autodeterminarsi, con un obiettivo definito: l’eliminazione della popolazione palestinese da quei territori, perfettamente in linea e imperniato sull’ideologia sionista che è alla base della nascita dello Stato di Israele. 

Il sostegno – militare, economico – da parte delle istituzioni dei Paesi occidentali è ciò che permette a Israele di rimanere un attore impunito nello scenario internazionale, nonostante il rischio di genocidio riconosciuto dalla Corte Internazionale di Giustizia, nonostante il mandato d’arresto per crimini di guerra emesso dalla Corte Penale Internazionale contro il Primo Ministro Netanyahu. La Premier italiana Giorgia Meloni, durante il summit NATO tenutosi a Washington a luglio 2024, ha affermato di voler arrivare a spendere per la difesa – dunque, in armi – il 2% del PIL, mentre in Italia la qualità della vita continua a peggiorare e i servizi pubblici diventano sempre meno accessibili. Infatti, i soldi che serviranno a finanziare il comparto bellico e le imprese ivi operanti – una tra tutte la Leonardo S.p.A., il cui maggiore azionista è il Ministero dell’Economia e delle Finanze che possiede circa il 30% delle azioni – vengono recuperati istituendo tributi più alti e operando tagli al settore dei servizi sociali, della sanità pubblica, dell’istruzione, con un impatto disastroso sulla quotidianità delle persone. La povertà cresce, il futuro si precarizza, il valore delle azioni della più grande società di produzione di armi del Paese sale dell’88%: distopia o economia di guerra?

La mobilitazione al fianco della Palestina ha scoperchiato questo vaso di Pandora: le contraddizioni della nostra società rimaste silenti e nascoste sono venute a galla, gli equilibri che regolano il sistema in cui viviamo traballano. In questo scenario, il boicottaggio è un ulteriore strumento che abbiamo a disposizione per interpretare il nostro ruolo come studentɜ che da questa parte del mondo sostengono la lotta di liberazione del popolo palestinese, cioè fare pressione sulle istituzioni che ci sono più prossime, nel nostro caso l’Università, facendo in modo che tali contraddizioni non vengano riassorbite, che la frattura che si è prodotta in questo stato delle cose non si ricomponga. 

Abbiamo visto lo Stato tirare fuori il suo volto più repressivo in difesa di chi detiene il potere, conformemente alla sua natura. Abbiamo visto palesarsi il progressivo restringimento degli spazi democratici a cui si è andati in contro in Italia. Abbiamo visto il Governo mettere da parte le necessità della popolazione – lavoro stabile, cure accessibili, istruzione a portata di tuttɜ – investendo risorse, economiche e non, in sostegno a Israele, con lo specifico fine di tenere soggiogato al controllo dell’alleato dell’Occidente in Medioriente un territorio in una posizione strategica e colmo di risorse, così che quella ricchezza, prodotta spargendo sangue, entri nelle tasche anche di chi sfrutta e opprime da questa parte del mondo. Ma soprattutto, abbiamo identificato chi vede i propri interessi riposare proprio su questo status quo. Le Governance degli atenei, lɜ rappresentantɜ del Governo, le grandi società che stanno lucrando sulla pelle delle classi popolari, sul genocidio in corso, il rapporto con tutti questi soggetti è contrassegnato da un unico fondamentale comune denominatore: la totale inconciliabilità dei loro interessi con i nostri. Loro vogliono che la pietra che blocca l’ingranaggio venga rimossa, che le contraddizioni venute alla luce vengano insabbiate, che i margini della frattura vengano riallineati; noi non possiamo permetterlo. Se tutto questo è emerso in maniera così lampante è stato proprio grazie alla mobilitazione in solidarietà con la Palestina e ciò dimostra come quella palestinese sia prima di tutto una questione politica. Quando parliamo di Palestina parliamo di democrazia, di resistenza, di anticolonialismo, di antimilitarismo, parliamo di antimperialismo: liberare la Palestina significa smantellare i meccanismi che hanno portato all’occupazione di quella terra, che sono gli stessi che si trovano alla base del sistema coloniale, sfruttatore e guerrafondaio in cui viviamo.

Dunque, in quanto studentɜ, pretendiamo gli accordi con le università israeliane e con le aziende belliche vengano rescissi, senza se e senza ma; tuttavia, questo non significa che per farlo dobbiamo attenerci allo schema della controparte. L’idea della vertenza, dei tavoli di discussione con le Governance di ateneo si sono dimostrate fallimentari: la Storia ci insegna che non è la capacità di dialogo a vincere i processi di rottura, bensì sono i rapporti di forza, la potenza messa in campo nello scontro con chi contribuisce ad opprimere (nel nostro caso addirittura a sterminare) un popolo (un gruppo, una classe…), a determinare il risultato. Illudendosi di poter ottenere qualche miseria dalle università complici, si è preferito, in alcuni casi, rallentare la mobilitazione o sgonfiarla addirittura: è noto che la prima condizione per trattare con l’oppressore è rinunciare alla forza dellɜ oppressɜ (dimenticandosi che il riconoscimento della controparte non avviene per buon cuore ma perché si è esercitata una forza irriducibile). Rimandare a domani ciò che si può ottenere nel presente non è mai una vittoria: il nostro compito non è pazientare ma approfondire la rottura, non è accontentarci delle briciole bensì costringere la controparte a cedere, pezzo per pezzo, davanti a migliaia di studentɜ in lotta. Questo non significa però essere massimalistɜ, ossia avere la pretesa di volere tutto e dimenticarsi di abbracciare degli avanzamenti reali anche se minimi. È un’attitudine che ci guida, una convinzione: a decidere sulle nostre battaglie non sarà mai chi ogni giorno favorisce – a prescindere dall’avamposto in cui si lotta – un sistema ingiusto, complice, coloniale, classista e guerrafondaio. 

Nel costruire i percorsi di boicottaggio accademico dobbiamo tenere presente chi può essere unǝ nostrǝ interlocutorǝ e chi no, dobbiamo saper riconoscere chi sono lɜ nostrɜ amicɜ e chi sono lɜ nostrɜ nemicɜ: scadere in dinamiche concertative o ancor peggio cooptative con la controparte, con lɜ esponentɜ delle Governance delle singole università (concretamente negandone le responsabilità), tenere la discussione segregata in dei parlamentini a porte chiuse, indebolisce i percorsi portati avanti dal basso negli atenei da tantissimɜ studentɜ e rende “boicottaggio accademico” un’espressione vuota, riducendone il valore e il significato. 

Boicottare per liberare significa quindi organizzarci dal basso come studentɜ per costruire un’università libera dal giogo dei privati che controllano l’elaborazione del sapere al suo interno, un’università in cui la conoscenza, i risultati della ricerca non vengano assoggettati a logiche belliche e coloniali. Ma non possiamo limitarci ai luoghi del sapere: liberare le università vuol dire incastrare solo uno dei tasselli. Per questo il boicottaggio accademico deve essere accompagnato da una vera e propria mobilitazione che agisca come catalizzatore di un cambiamento più ampio. Boicottare per liberare significa, infatti, combattere contro le cause strutturali che hanno portato all’occupazione della Palestina, vuol dire lottare contro quel progetto politico ed economico  che antepone il profitto alla vita delle persone, per cui chi detiene la ricchezza controlla e assoggetta il mondo al proprio guadagno: liberare la Palestina significa liberare il mondo dall’imperialismo. 

È con questa prospettiva che ogni giorno siamo dentro le università per portare avanti il boicottaggio accademico. 

Il Popolo palestinese, che lotta e resiste da quasi un secolo, ci insegnano che rassegnarsi non è un’opzione, che la costruzione di un’alternativa è possibile. L’esempio che ci viene dato ribadisce un fatto che già conosciamo, cioè che è nostra responsabilità non fare passi indietro. Continueremo a parlare di Palestina e a diffondere la verità su quanto sta accadendo, anche quando i media e le grandi testate non lo fanno o raccontano bugie. Continueremo a lottare dentro e fuori le nostre università ogni giorno per inserirci nelle contraddizioni emerse, per avanzare ancora, anche quando ci sembrerà che la distanza percorsa sia minima: è con le piccole vittorie quotidiane che il cambiamento si costruisce. 

In questi mesi abbiamo visto tantissimi giovani come noi scendere in piazza, altrettanti collettivi hanno riempito le aule delle università di tutta Italia per chiedere la liberazione della Palestina, dal fiume fino al mare. Non lasciamo che l’impegno e le forze che sono state messe in campo vadano disperse, non lasciamo che alla mobilitazione segua il reflusso. Per sedimentare i risultati c’è bisogno di continuare a coltivare una strategia e una prospettiva comune: c’è bisogno di costruire organizzazione.

La Palestina è il nostro faro, ma ogni passo che facciamo è anche un passo verso la costruzione di un movimento globale contro l’imperialismo. Per un mondo libero da colonialismo, sfruttamento e oppressione: Palestina libera tuttɜ. Organizziamoci insieme.

  1. https://cris.iucc.ac.il/en/organisations/the-ben-gurion-institute-for-the-study-of-israel-and-zionism: il Ben Gurion Department for Zionist studies è uno dei più prestigiosi ed esemplari, ma come specificato ogni università ha dipartimenti dedicati. ↩︎
  2. L’Università di Tel Aviv ospita l’Istituto di Sicurezza Nazionale (INSS), un centro di ricerca che si occupa di offrire al governo analisi e suggerimenti su questioni centrali per la sicurezza nazionale di Israele. Una delle questioni su cui si concentra l’Istituto è proprio il movimento per il boicottaggio di Israele, consigliando di delegittimarlo accusando lɜ attivistɜ di collaborare con organizzazioni terroristiche. https://www.inss.org.il/wp-content/uploads/2017/10/memo169.pdf ↩︎
  3. https://en.wikipedia.org/wiki/Havatzalot_Program / https://shnaton.huji.ac.il/mapa_en.php/1/01/2025 ↩︎
  4. Non è un caso che l’unico dei nuovi storici ad essere ancora docente di un’università israeliana (Università di Ben Gurion) sia Benny Morris, che ha più volte sostenuto la neutralità etica delle sue ricerche. Secondo Morris la pulizia etnica del 1948 non rappresenterebbe un crimine di guerra e i suoi studi non condannano in alcun modo la violenza efferata in essi descritta ↩︎
  5. Poco meno del 3% dei fascicoli degli archivi governativi israeliani, e meno del 0.5% di quelli dell’Israeli  Defense Forces and Defense Establishment Archive sono pubblicamente accessibili. (fonte: Maya Wind, Torri d’avorio e d’acciaio). Come se non bastasse, membri del Ministero della Difesa hanno ammesso di aver impedito l’accesso, a partire dal 2002, a numerosi documenti d’archivio relativi alla Nakba, compresi alcuni dei documenti utilizzati precedentemente dai nuovi storici. https://www.palestine-studies.org/en/node/1649604 ↩︎
  6. Un caso noto è quello di Theodore Katz, studente di storia dell’Università di Haifa che scrisse una tesi di laurea, discussa nel 1998,  in cui descriveva nel dettaglio la storia di pulizia etnica del villaggio palestinese di Tantura e le violenze lì commesse dall’esercito israeliano. L’associazione dei veterani della brigata Alexandroni, la brigata direttamente coinvolta nel massacro del 1948, gli fece causa per diffamazione e l’università decise per l’annullamento della sua tesi. https://ore.exeter.ac.uk/repository/bitstream/handle/10871/15238/Tantura%20Case%20in%20Israel.pdf ↩︎
  7. Oltre al sistematico e ben documentato rifiuto da parte di locatorɜ ebreɜ di affittare appartamenti allɜ palestinesi, lɜ studentɜ arabɜ devono affrontare continue discriminazioni durante il processo di domanda per gli alloggi universitari. In molte università, come quella di Haifa, tra i criteri di ammissione principali per l’accesso ai dormitori vi è il servizio militare. È chiaro come questo criterio sia discriminatorio nei confronti dellɜ palestinesi, che sono esoneratɜ dalla leva militare ↩︎

Cosa sta succedendo in Siria?

La lotta del popolo siriano, compresi i curdi, è anche la lotta di tutte e tutti per un futuro più giusto

Come nasce la rivoluzione siriana?

A partire dalla stagione delle Primavere Arabe, nel 2011, anche in Siria si assiste a un sollevamento popolare, con l’intento di richiedere una riforma complessiva del sistema politico siriano, con conseguente democratizzazione delle sue istituzioni. In breve tempo il regime siriano di al-Assad risponde con crescenti livelli di repressione utilizzando le Forze Armate Siriane, ma anche arresti arbitrari e torture mirate contro i dissidenti politici.

Una parte dell’esercito nazionale siriano si ribella al regime formando un gruppo chiamato esercito siriano libero (FSA), nato per combattere il regime e per sottrarsi dall’utilizzo della forza contro i civili. Questo gruppo eterogeneo, sin dall’inizio, presenta una mancanza di organizzazione che nel tempo lo renderà meno efficace nella lotta contro il regime, lasciando spazio alla nascita di altri gruppi ribelli. Già nel 2012 “FSA” diventa un’etichetta ombrello sotto cui si ritrovano alcune forze in lotta contro al-Assad.

Evoluzione della rivoluzione in una “guerra per procura”

La guerra civile siriana si internazionalizza molto rapidamente a partire dal coinvolgimento attivo sul piano logistico e militare di potenze imperialiste con interessi diretti nella regione, assumendo la forma di una guerra per procura, cioè tra stati che si scontrano senza l’utilizzo diretto dei propri eserciti, come già era avvenuto in Libia.

Arabia Saudita e Qatar, entrambe potenze regionali a guida sunnita, hanno finanziato e fornito supporto economico e logistico ad alcune fazioni della resistenza siriana durante i primi anni della rivoluzione per contrastare l’influenza iraniana e sciita nella regione.L’Iran è interessato a garantire la sopravvivenza di al-Assad in quanto parte della cosiddetta “Mezzaluna sciita” (un asse politico composto da Iran-Iraq-Siria-Hezbollah in Libano, che aderisce alla dottrina sciita). Vede la guerra in Siria come un’occasione per contrastare da un lato l’Arabia Saudita e dall’altro l’entità sionista (“Israele”) e per questo si impegna militarmente inviando truppe iraniane e garantendo il sostegno del suo alleato in Libano, Hezbollah.

La Turchia, altra grande protagonista in Medio Oriente, a tutti gli effetti membro della NATO, supporta e organizza le forze ribelli contro al-Assad, sostenendo in particolare le aree sunnite e più estremiste dal punto di vista religioso, come Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), costola staccatasi da Al-Qaeda. Tutto questo fa parte del più ampio progetto di pulizia etnica del popolo curdo e della volontà di schiacciare la rivoluzione del Rojava, dando così l’avvio alla costruzione di un nuovo impero ottomano, basato su una sola religione ed etnia dominante. Inoltre, risulta evidente come il dittatore turco Erdogan, che da tempo finge di essere alleato della resistenza palestinese, è in realtà perfettamente allineato agli interessi occidentali nella regione e quindi nella difesa dello Stato illegittimo di Israele, che non solo arma, ma difende attaccando i sostenitori militari dei palestinesi. Non possiamo non evidenziare il momento storico in cui tutto ciò sta avvenendo: appare evidente come in questa fase organizzare e sostenere la resistenza siriana contro Al-Assad sia un modo per eliminare un altro nemico del progetto sionista in Palestina.

“Israele”, che già occupa una parte del territorio siriano nelle alture del Golan, ha tutti gli interessi affinché la regione risulti ulteriormente frammentata e dilaniata così da poter esercitare in maniera ancora più spregiudicata la propria influenza. Inoltre, l’opposizione siriana risulta utile all’entità sionista per tagliare fuori le linee di rifornimenti di Hezbollah che partendo dall’Iran raggiungono il Libano passando dai territori del regime di al-Assad.

Gli Stati Uniti, potenza imperialista per eccellenza, strumentalizzano la situazione siriana per contenere Russia e Iran, sostenendo Israele come principale alleato regionale. La loro politica, solo apparentemente contraddittoria, è invece coerente con l’obiettivo di proiettare il proprio dominio nella regione e trarne profitto: dal 2016 occupano militarmente il nord-est della Siria sfruttando le risorse naturali, petrolio in primis. Alimentando il caos siriano, gli USA hanno sostenuto in fasi diverse la lotta al jihadismo e le opposizioni al regime di Assad, anche quelle fondamentaliste, frammentando ulteriormente il territorio e creando un’instabilità cronica funzionale solo ai propri interessi.

La Russia in sostegno al regime di al-Assad interviene direttamente dal 2015 con attacchi aerei contro le forze di opposizione al regime, sostenendo logisticamente il governo siriano con lo scopo di mantenere l’accesso alle sue basi militari, così da continuare ad avere una presenza nel Mar Mediterraneo.

Gli sviluppi

Dal 2017 ci sono stati una serie di tavoli diplomatici (ad Astana) gestiti principalmente da Russia, Turchia ed Iran. Alla fine di questi tavoli gli accordi hanno portato alla costruzione di zone di de-escalation e al cessate il fuoco, continuamente violato da parte del regime di al-Assad, che in quel periodo è riuscito a consolidare il proprio potere con vittorie militari garantite dal supporto di Russia ed Iran.

Le forze di opposizione, invece, si sono concentrate tra il 2018 e il 2019 nella zona di Idlib e nella Siria Nord-occidentale, subendo costantemente attacchi da parte del regime, che non si è fatto scrupoli a colpire civili, aggravando la crisi umanitaria con 4 milioni di sfollati.

Il conflitto continua fino ad oggi, con vari momenti di intensità, e fasi altalenanti di coinvolgimento delle diverse potenze imperialiste. In tutto ciò con il Covid la situazione economica in Siria è peggiorata drasticamente, mentre l’aggressività turca è aumentata significativamente nei confronti del popolo curdo nell’area nord-orientale della Siria.

Cosa succede dal 27 novembre?

Il 27 novembre 2024 ha rappresentato una giornata chiave nel movimento di opposizione della Siria al regime di al-Assad, con la presa della città di Aleppo da parte di una coalizione di ribelli, di cui fanno parte anche realtà jihadiste come HTS. L’avanzata delle forze di opposizione ha messo in profonda difficoltà il regime di al-Assad, costretto a ritirarsi per centinaia di chilometri verso la capitale, Damasco.

Allo stesso tempo il rafforzamento di aree jihadiste all’interno della coalizione di ribelli siriani, garantito dal supporto economico, logistico e militare dello stato fascista turco, rischia di mettere ancora più in pericolo il popolo curdo, la rivoluzione del Rojava e la sua esperienza, percepita come una minaccia esistenziale al modello centralizzato ed etno-nazionalista di Erdogan. Il risultato è una politica che punta non solo a schiacciare la resistenza curda, ma anche a reintrodurre il sogno neo-ottomano, riaffermando il ruolo della Turchia come potenza egemone regionale. Questo approccio mina qualsiasi possibilità di una soluzione inclusiva e giusta, contribuendo a un ciclo di violenze e divisioni nella regione.

La guerra in Siria rappresenta un teatro complesso di conflitti, dove interessi imperialisti, regionali e globali convergono, sacrificando le vite delle popolazioni locali. In questo contesto, il popolo curdo svolge un ruolo cruciale come simbolo di resistenza e autodeterminazione. I curdi, da decenni oppressi e privati del diritto di autodeterminazione, hanno trasformato la lotta per la sopravvivenza in un esperimento di autogoverno democratico. Il loro progetto, basato su giustizia sociale, liberazione delle donne ed ecologia, si contrappone direttamente alle logiche imperialiste e capitaliste che alimentano il conflitto siriano. Tuttavia, subiscono costantemente minacce, dall’espansionismo diretto turco o dei suoi diversi alleati regionali, tra cui HTS, ai compromessi delle potenze globali.

Come Collettivi Autorganizzati Universitari, sappiamo che questo momento storico non ci permette semplificazioni, non ci permette di leggere e provare a spiegare ciò che sta avvenendo come se esistessero due fronti in conflitto per un territorio.

La fase di crisi in cui si ritrova nuovamente l’area geografica mediorientale ci impone quindi di schierarci nella complessità ma rimanendo ben convinti che:

– Siamo dalla parte del popolo siriano che più di tutti sta pagando il prezzo di decenni di tirannia della famiglia Assad e delle condizioni in cui ha portato il suo paese.

– Pretendiamo una totale liberazione dei territori: non mettiamo in dubbio che in questo momento in Siria stiano resistendo al regime anche forze laiche e progressiste, ma al contempo una grande maggioranza delle forze militari di Aleppo appartengono a gruppi il cui obiettivo è tutt’altro che liberatorio, mercenari del regime fascista e reazionario turco.

– Sosteniamo e ci schieriamo con l’amministrazione della Siria del nord e dell’est e le sue forze democratiche e rivoluzionarie, che ancora una volta è chiamata a lottare e insegnare al mondo cosa vuol dire liberare e costruire una società nuova e giusta, libera dalle catene dell’oppressione coloniale, capitalista e patriarcale.La lotta del popolo siriano, compresi i curdi, è anche la lotta di tutte e tutti per un futuro più giusto.

Hurriya, Serhildan!