Boicottare per liberare: la nostra prospettiva sul boicottaggio accademico

Introduzione

Da quando i riflettori mediatici sono tornati a puntare sulla Palestina è passato più di un anno: dall’ottobre 2023, giorno dopo giorno, l’escalation della violenza di Israele si estende oltre la Palestina, in tutto il Medio Oriente.

Davanti a un genocidio, la risposta di solidarietà con il popolo palestinese è stata immediata: da subito milioni di persone in tutto il mondo sono scese in piazza per denunciare il genocidio in corso. Si è costituito un fronte internazionale in sostegno alla causa, di cui le università sono state e tuttora sono il fulcro

Durante i primi mesi di mobilitazione, la domanda che emergeva più frequentemente era: Noi, da qui, cosa possiamo fare per sostenere la resistenza in Palestina? Una delle risposte individuate per contrastare il regime colonialista e genocidario di Israele, considerando il ruolo storico che ha avuto in numerosi movimenti, è stata ricorrere al boicottaggio. Quest’ultimo, infatti, è uno strumento che può essere adoperato per apportare un cambiamento concreto alla realtà, se non se ne limita però l’esercizio a un piano esclusivamente vertenziale, se si tiene presente il ruolo che è nostra responsabilità interpretare nella mobilitazione: fare pressione e lottare contro le istituzioni a noi più prossime, per costringerle ad assumersi le proprie responsabilità, per aprire contraddizioni in questa società, attaccando e distruggendo ciò che strutturalmente ha portato all’occupazione della Palestina, costruendo un’alternativa. Il boicottaggio, se messo in pratica con questo fine, è un’arma a nostra disposizione. Ma cosa rende le università centrali in questo discorso? Cosa vuol dire boicottare per liberare? E soprattutto, perché la Palestinalibera tuttɜ? Nelle pagine che seguono proveremo a rispondere a queste domande, raccontando la nostra prospettiva sul boicottaggio accademico.

Il mito della neutralità delle università

Le università non sono un luogo neutro, non rappresentano una bolla avulsa dalla realtà e ciò è dato dalla loro natura intrinseca in quanto luoghi di formazione, profondamente intrecciati con la realtà che li circonda e di cui riflettono le dinamiche. In più di un anno di mobilitazione, ciò è apparso piuttosto chiaro: da un lato abbiamo visto le Governance degli atenei rifiutarsi di assumere pubblicamente una posizione sul genocidio in corso in Palestina, dall’altro a parlare sono stati i fatti. L’ Università degli Studi di Padova, durante i mesi di mobilitazione della primavera del 2023, ha negato l’autorizzazione all’uso di un’aula per un incontro organizzato dallɜ studentɜ con l’attivista palestinese e membro fondatore della Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI) e del Boycott, Divestment and Sanctions (BDS) Movement Omar Barghouti; l’Università Sapienza di Roma ha deciso di destinare la maggior parte dei fondi per la protezione umanitaria all’accoglienza di professorɜ israelianɜ delle università di Tel Aviv, Gerusalemme e Be’er Sheva, respingendo le richieste di moltɜ docentɜ palestinesɜ della Cisgiordania occupata e di Gaza, dove tutte le università sono state distrutte; l’Università di Siena, poi, ha impedito l’organizzazione da parte dellɜ studentɜ di una conferenza sulla Palestina che avrebbe visto la partecipazione di ospiti come Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, e Ilan Pappé, storico di fama internazionale; ancora, l’Università degli Studi di Torino ha vietato un incontro proposto dallɜ studentɜ con Mariam Abu Daqqa, attivista e femminista palestinese, presidente dell’Associazione Palestinian Development Women Studies Associations (PDWSA) e dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). Questi sono solo pochi esempi di una lunga lista di fatti che non possono essere interpretati come casi isolati: pur non proferendo parola, pur non essendoci mai state dichiarazioni esplicite, sin da subito è stata evidente la posizione dei nostri atenei e di chi ne costituisce la dirigenza, perfettamente allineati con il Governo e con gli interessi di coloro che tale Istituzione protegge. Lɜ studentɜ però hanno saputo guardare attraverso questa apparente neutralità, non si sono lasciatɜ ingannare e si sono mobilitatɜ per essere parte attiva nel movimento di solidarietà con la Palestina. 

Storicamente, infatti, lɜ studentɜ che si organizzano proprio tra le mura delle università hanno giocato un ruolo centrale nelle trasformazioni politiche e sociali. Un esempio è il movimento di lotta contro il regime di Apartheid in Sudafrica,  a cui parteciparono migliaia di studentɜ, creando una significativa pressione internazionale che portò alla fine del regime segregazionista, il quale peraltro ha sempre tenuto rapporti con Israele ed è stato per quest’ultimo un vero e proprio esempio di divisione su base etnica tra cittadinɜ di serie A e di serie B; o ancora il movimento di contestazione alla guerra in Vietnam tra il 1967 e il 1968, che coinvolse studentɜ in tutto il mondo, dall’Europa agli Stati Uniti.

Sul modello di queste grandi contestazioni alla guerra sono nate campagne di boicottaggio che nel tempo si sono strutturate in effettivi movimenti. Il BDS Movement, per esempio, è un movimento palestinese per il boicottaggio di Israele che, dal suo lancio nel 2005, è diventato un enorme movimento globale composto da sindacati, associazioni accademiche, movimenti di base, organizzazioni studentesche e politiche da tutto il mondo. Con le sue campagne, che comprendono anche azioni contro le istituzioni accademiche israeliane, BDS sta avendo un impatto importante e sta effettivamente sfidando il sostegno internazionale all’apartheid israeliano e al colonialismo di insediamento.  

Il boicottaggio accademico è diventata così una delle pratiche essenziali nella mobilitazione in solidarietà con il popolo palestinese. Anche in Italia l’interruzione degli accordi tra gli atenei del nostro Paese e quelli israeliani è diventata una delle rivendicazioni principali, per interrompere il sostegno materiale al progetto coloniale sionista che avviene tramite la condivisione di sapere con delle istituzioni coinvolte a pieno regime nel genocidio, così come la rottura di ogni legame tra le università e le aziende belliche produttrici di strumenti di morte che hanno contribuito a far arrivare la conta dellɜ mortɜ palestinesi a 47mila persone, in poco più di un anno.

Le università israeliane: demolire le torri d’avorio

Le università israeliane, poi, non sono spazi neutri estranei alle politiche genocidiarie e di apartheid dello Stato di Israele: non sono torri d’avorio in cui intellettualɜ e accademicɜ, isolatɜ dalla realtà che lɜ circonda, e quindi dalla violenza sionista, portano avanti i loro innocui progetti di ricerca. Al contrario, le istituzioni accademiche sono un tassello fondamentale del progetto sionista perché permettono l’espansione fisica e ideologica del sionismo, rafforzando allo stesso tempo la reputazione internazionale dello Stato di Israele. 

Gli stessi campus universitari sono progettati come avamposti militari strategici per portare avanti il progetto di pulizia etnica del popolo palestinese. Alcuni di questi campus, come quello dell’Ariel University nella Cisgiordania occupata, sono veri e propri insediamenti illegali secondo il diritto internazionale. Lo scopo è semplice: offrire servizi di qualità così da incentivare lɜ colonɜ a trasferirsi nel villaggio, e trasformare un insediamento illegale estremamente militarizzato in una città universitaria che faccia invidia al modello americano.

Le università israeliane sono anche il luogo ideale per lo sviluppo dell’hasbara, la propaganda sionista: l’insegnamento di molte discipline accademiche è asservito agli interessi dello Stato, del sistema di apartheid e dell’occupazione militare. 

Nel campo delle humanities, ogni ateneo nei propri programmi di laurea incorpora corsi direttamente improntati alla legittimazione ideologica dei crimini di Israele. Un caso emblematico è lo studio dell’archeologia biblica, che agisce sul doppio binario dell’espansione fisica e ideologica del sionismo: gli scavi archeologici servono ad estendere il controllo militare sui territori palestinesi, legittimando il sequestro di terreni attraverso una falsa ricostruzione della storia abitativa ed etnica della Palestina. Un altro esempio sono le scienze giuridiche che permettono allo Stato criminale di Israele di giustificare le continue violazioni del diritto internazionale e l’espansione degli insediamenti illegali. Le interpretazioni alternative del diritto internazionale offerte dalle università israeliane hanno garantito l’impunità di cui Israele gode da decenni e rappresentano un precedente gravissimo, a cui potenze imperialiste come gli Stati Uniti si ispirano per legittimare i propri crimini di guerra, mascherati da “campagne di antiterrorismo”. 

Tutto ciò è coadiuvato dalla presenza, in tutti i principali atenei, di corsi di laurea sul sionismo1, volti a preparare lɜ studentɜ a difendere lo Stato di Israele dalle contestazioni del movimento internazionale per la Palestina, BDS Movement compreso2

A rendere innegabile la complicità degli atenei israeliani con il genocidio in Palestina è poi la costante presenza dell’esercito e di aziende belliche al loro interno, specialmente nel campo delle S.T.E.M.S. In tutti gli atenei vengono offerti programmi di studio speciali per membri delle forze dell’ordine e dell’IDF. È questo il caso dell’havatzalot3, un programma di formazione d’elite dellɜ cadettɜ dell’esercito israeliano e di aziende belliche come RAFAEL, multinazionale statale israeliana attiva nel settore della difesa e controllata dal Ministero delle Finanze. Entrambi offrono tirocini ed egemonizzano la ricerca scientifica.

Le università israeliane non sono peraltro degli spazi democratici in cui è possibile esprimere una voce fuori dal coro, a discapito della narrazione inclusiva e progressista che viene portata avanti dalle Governance stesse di tali atenei. 

Ogni università israeliana, infatti, ama professarsi pluralista e aperta alle minoranze, spacciandosi come “barlume di civiltà occidentale” in mezzo alla “barbarie palestinese”. Chi contesta il boicottaggio accademico ci accusa di star compromettendo la formazione di una vera opposizione interna allo Stato di Israele, descrivendo le università israeliane come realtà paradisiache, le famose torri d’avorio, in cui studentɜ palestinesi e israelianɜ avrebbero la possibilità di confrontarsi e raggiungere la tanto anelata riappacificazione.

Questa retorica ignora il fatto che le istituzioni accademiche israeliane riproducono al loro interno quegli stessi meccanismi di oppressione che sono propri dello Stato di Israele dalla sua origine. Lɜ professorɜ che dimostrano di essere anche vagamente criticɜ nei confronti del sionismo vengono presɜ di mira: basti pensare alla pressione mediatica e politica che hanno subito i cosiddetti nuovi storici, come Ilan Pappé. Fare ricerca su “questioni scomode” come la Nakba del 1948, ribaltando la distorta narrazione sionista, è infatti praticamente impossibile4: l’accesso agli archivi storici è ostacolato in moltissimi modi5, a partire dal mancato stanziamento di fondi, e lɜ studentɜ che tentano di scrivere tesi sull’argomento vengono perseguitatɜ6.
Allo stesso modo, l’idea che all’interno degli atenei israeliani si possano creare momenti di confronto e dialogo tra studentɜ palestinesi e israelianɜ sembra ignorare il fatto innegabile che vi sono studentɜ di serie A e student3 di serie B, distinzione presente in ogni ambito sociale in Israele e caratteristica del suo regime di apartheid. Il diritto allo studio, alla libera espressione e al dissenso dellɜ studentɜ palestinesi è continuamente ostacolato: anche solo trovare casa o un alloggio universitario diventa un’impresa per lɜ studentɜ arabɜ7. Tutto ciò palesa l’atteggiamento repressivo e razzista nei confronti dei singoli soggetti palestinesi. Ciò nondimeno, l’oppressione sionista negli atenei gioca anche su un piano più ampio, quello collettivo. Le università israeliane silenziano e reprimono, anche con la violenza, qualunque forma di mobilitazione studentesca in sostegno al popolo palestinese, negando di fatto allɜ studentɜ palestinesi la possibilità di organizzarsi e di denunciare i meccanismi che regnano all’interno di quelle istituzioni.

Se volessimo attenerci esclusivamente all’ambito universitario, senza estendere lo sguardo su altri aspetti quali il lavoro, il sistema legislativo, i diritti sociali e civili, questi elementi appena menzionati basterebbero a pretendere che le torri d’avorio vengano demolite. Ma poiché per noi l’università non è un’isola felice, estranea a ciò che la circonda, questa rottura è possibile esclusivamente distruggendo il sistema coloniale e di apartheid con cui da più di 76 anni la Palestina viene illegalmente occupata: solo con la liberazione della Palestina dal fiume al mare si potrà costruire uno spazio universitario veramente libero e democratico.

Boicottare per liberare

Alla luce di tutto questo, risulta chiaro perché l’interruzione dei legami tra gli atenei italiani e israeliani è stato, e continua a essere, uno dei punti fermi nella mobilitazione in solidarietà con il popolo palestinese.

Boicottare vuol dire prendere di mira gli accordi internazionali che garantiscono a Israele supporto materiale e ideologico nel proprio progetto genocida

Il boicottaggio accademico rappresenta uno dei pochi strumenti a nostra disposizione per supportare concretamente il popolo palestinese e la sua resitenza nella lotta di liberazione contro il sionismo, ma non solo. Dal nord al sud della nostra penisola, le mobilitazioni in solidarietà con la causa palestinese, proprio a partire dall’affermazione della necessità di praticare il boicottaggio, hanno reso visibile la continuità esistente tra il sistema universitario e il sistema produttivo, sociale e politico dominante, rintracciando il coinvolgimento dei nostri atenei, non solo nel genocidio in atto, ma in generale nel meccanismo di riproduzione ideologica e materiale del capitalismo. Fino ad ora questa evidenza non era affatto tale: le mobilitazioni in solidarietà con la Palestina hanno reso palesi meccanismi che prima erano sotterranei.     

Le occupazioni di scuole e università, i grandi cortei in tutto il paese che dimostrano che c’è una grossa fetta della popolazione che non vuole chiudere gli occhi davanti a un genocidio, hanno visto un fortissimo attacco repressivo da parte dell’attuale Governo Meloni, non solo con manganelli e cariche nelle piazze, ma anche con strumenti più subdoli, come divieti imposti all’esercizio del diritto – costituzionalmente garantito – a manifestare, con misure create ad hoc per colpire organizzazioni specifiche o addirittura singoli. In concreto, parliamo di precettazioni e divieti all’organizzazione di manifestazioni, fogli di via, denunce, tavoli di concertazione tra la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, il Ministero dell’Università e della Ricerca e il Ministero dell’Interno per elaborare strategie per reprimere le mobilitazioni universitarie che vanno avanti da ottobre 2023, fino ad arrivare al ddl 1660, il cosiddetto ddl sicurezza, che mira proprio a criminalizzare l’espressione del dissenso, alla base di qualsiasi democrazia. 

Non solo. Si tratta dello stesso Governo lɜ cui rappresentantɜ, all’indomani del 7 ottobre 2023, non hanno esitato a dichiarare pubblicamente il pieno supporto dell’Italia a Israele e al Governo di Netanyahu, lɜ cui Ministrɜ sono arrivatɜ a definire lɜ palestinesi addirittura come animali umani. Queste inquietanti dichiarazioni svelano un progetto politico ben preciso di sfruttamento dei territori, delle risorse e delle persone, di pulizia etnica, di negazione dell’identità e della storia di un intero popolo, di sottrazione della possibilità di autodeterminarsi, con un obiettivo definito: l’eliminazione della popolazione palestinese da quei territori, perfettamente in linea e imperniato sull’ideologia sionista che è alla base della nascita dello Stato di Israele. 

Il sostegno – militare, economico – da parte delle istituzioni dei Paesi occidentali è ciò che permette a Israele di rimanere un attore impunito nello scenario internazionale, nonostante il rischio di genocidio riconosciuto dalla Corte Internazionale di Giustizia, nonostante il mandato d’arresto per crimini di guerra emesso dalla Corte Penale Internazionale contro il Primo Ministro Netanyahu. La Premier italiana Giorgia Meloni, durante il summit NATO tenutosi a Washington a luglio 2024, ha affermato di voler arrivare a spendere per la difesa – dunque, in armi – il 2% del PIL, mentre in Italia la qualità della vita continua a peggiorare e i servizi pubblici diventano sempre meno accessibili. Infatti, i soldi che serviranno a finanziare il comparto bellico e le imprese ivi operanti – una tra tutte la Leonardo S.p.A., il cui maggiore azionista è il Ministero dell’Economia e delle Finanze che possiede circa il 30% delle azioni – vengono recuperati istituendo tributi più alti e operando tagli al settore dei servizi sociali, della sanità pubblica, dell’istruzione, con un impatto disastroso sulla quotidianità delle persone. La povertà cresce, il futuro si precarizza, il valore delle azioni della più grande società di produzione di armi del Paese sale dell’88%: distopia o economia di guerra?

La mobilitazione al fianco della Palestina ha scoperchiato questo vaso di Pandora: le contraddizioni della nostra società rimaste silenti e nascoste sono venute a galla, gli equilibri che regolano il sistema in cui viviamo traballano. In questo scenario, il boicottaggio è un ulteriore strumento che abbiamo a disposizione per interpretare il nostro ruolo come studentɜ che da questa parte del mondo sostengono la lotta di liberazione del popolo palestinese, cioè fare pressione sulle istituzioni che ci sono più prossime, nel nostro caso l’Università, facendo in modo che tali contraddizioni non vengano riassorbite, che la frattura che si è prodotta in questo stato delle cose non si ricomponga. 

Abbiamo visto lo Stato tirare fuori il suo volto più repressivo in difesa di chi detiene il potere, conformemente alla sua natura. Abbiamo visto palesarsi il progressivo restringimento degli spazi democratici a cui si è andati in contro in Italia. Abbiamo visto il Governo mettere da parte le necessità della popolazione – lavoro stabile, cure accessibili, istruzione a portata di tuttɜ – investendo risorse, economiche e non, in sostegno a Israele, con lo specifico fine di tenere soggiogato al controllo dell’alleato dell’Occidente in Medioriente un territorio in una posizione strategica e colmo di risorse, così che quella ricchezza, prodotta spargendo sangue, entri nelle tasche anche di chi sfrutta e opprime da questa parte del mondo. Ma soprattutto, abbiamo identificato chi vede i propri interessi riposare proprio su questo status quo. Le Governance degli atenei, lɜ rappresentantɜ del Governo, le grandi società che stanno lucrando sulla pelle delle classi popolari, sul genocidio in corso, il rapporto con tutti questi soggetti è contrassegnato da un unico fondamentale comune denominatore: la totale inconciliabilità dei loro interessi con i nostri. Loro vogliono che la pietra che blocca l’ingranaggio venga rimossa, che le contraddizioni venute alla luce vengano insabbiate, che i margini della frattura vengano riallineati; noi non possiamo permetterlo. Se tutto questo è emerso in maniera così lampante è stato proprio grazie alla mobilitazione in solidarietà con la Palestina e ciò dimostra come quella palestinese sia prima di tutto una questione politica. Quando parliamo di Palestina parliamo di democrazia, di resistenza, di anticolonialismo, di antimilitarismo, parliamo di antimperialismo: liberare la Palestina significa smantellare i meccanismi che hanno portato all’occupazione di quella terra, che sono gli stessi che si trovano alla base del sistema coloniale, sfruttatore e guerrafondaio in cui viviamo.

Dunque, in quanto studentɜ, pretendiamo gli accordi con le università israeliane e con le aziende belliche vengano rescissi, senza se e senza ma; tuttavia, questo non significa che per farlo dobbiamo attenerci allo schema della controparte. L’idea della vertenza, dei tavoli di discussione con le Governance di ateneo si sono dimostrate fallimentari: la Storia ci insegna che non è la capacità di dialogo a vincere i processi di rottura, bensì sono i rapporti di forza, la potenza messa in campo nello scontro con chi contribuisce ad opprimere (nel nostro caso addirittura a sterminare) un popolo (un gruppo, una classe…), a determinare il risultato. Illudendosi di poter ottenere qualche miseria dalle università complici, si è preferito, in alcuni casi, rallentare la mobilitazione o sgonfiarla addirittura: è noto che la prima condizione per trattare con l’oppressore è rinunciare alla forza dellɜ oppressɜ (dimenticandosi che il riconoscimento della controparte non avviene per buon cuore ma perché si è esercitata una forza irriducibile). Rimandare a domani ciò che si può ottenere nel presente non è mai una vittoria: il nostro compito non è pazientare ma approfondire la rottura, non è accontentarci delle briciole bensì costringere la controparte a cedere, pezzo per pezzo, davanti a migliaia di studentɜ in lotta. Questo non significa però essere massimalistɜ, ossia avere la pretesa di volere tutto e dimenticarsi di abbracciare degli avanzamenti reali anche se minimi. È un’attitudine che ci guida, una convinzione: a decidere sulle nostre battaglie non sarà mai chi ogni giorno favorisce – a prescindere dall’avamposto in cui si lotta – un sistema ingiusto, complice, coloniale, classista e guerrafondaio. 

Nel costruire i percorsi di boicottaggio accademico dobbiamo tenere presente chi può essere unǝ nostrǝ interlocutorǝ e chi no, dobbiamo saper riconoscere chi sono lɜ nostrɜ amicɜ e chi sono lɜ nostrɜ nemicɜ: scadere in dinamiche concertative o ancor peggio cooptative con la controparte, con lɜ esponentɜ delle Governance delle singole università (concretamente negandone le responsabilità), tenere la discussione segregata in dei parlamentini a porte chiuse, indebolisce i percorsi portati avanti dal basso negli atenei da tantissimɜ studentɜ e rende “boicottaggio accademico” un’espressione vuota, riducendone il valore e il significato. 

Boicottare per liberare significa quindi organizzarci dal basso come studentɜ per costruire un’università libera dal giogo dei privati che controllano l’elaborazione del sapere al suo interno, un’università in cui la conoscenza, i risultati della ricerca non vengano assoggettati a logiche belliche e coloniali. Ma non possiamo limitarci ai luoghi del sapere: liberare le università vuol dire incastrare solo uno dei tasselli. Per questo il boicottaggio accademico deve essere accompagnato da una vera e propria mobilitazione che agisca come catalizzatore di un cambiamento più ampio. Boicottare per liberare significa, infatti, combattere contro le cause strutturali che hanno portato all’occupazione della Palestina, vuol dire lottare contro quel progetto politico ed economico  che antepone il profitto alla vita delle persone, per cui chi detiene la ricchezza controlla e assoggetta il mondo al proprio guadagno: liberare la Palestina significa liberare il mondo dall’imperialismo. 

È con questa prospettiva che ogni giorno siamo dentro le università per portare avanti il boicottaggio accademico. 

Il Popolo palestinese, che lotta e resiste da quasi un secolo, ci insegnano che rassegnarsi non è un’opzione, che la costruzione di un’alternativa è possibile. L’esempio che ci viene dato ribadisce un fatto che già conosciamo, cioè che è nostra responsabilità non fare passi indietro. Continueremo a parlare di Palestina e a diffondere la verità su quanto sta accadendo, anche quando i media e le grandi testate non lo fanno o raccontano bugie. Continueremo a lottare dentro e fuori le nostre università ogni giorno per inserirci nelle contraddizioni emerse, per avanzare ancora, anche quando ci sembrerà che la distanza percorsa sia minima: è con le piccole vittorie quotidiane che il cambiamento si costruisce. 

In questi mesi abbiamo visto tantissimi giovani come noi scendere in piazza, altrettanti collettivi hanno riempito le aule delle università di tutta Italia per chiedere la liberazione della Palestina, dal fiume fino al mare. Non lasciamo che l’impegno e le forze che sono state messe in campo vadano disperse, non lasciamo che alla mobilitazione segua il reflusso. Per sedimentare i risultati c’è bisogno di continuare a coltivare una strategia e una prospettiva comune: c’è bisogno di costruire organizzazione.

La Palestina è il nostro faro, ma ogni passo che facciamo è anche un passo verso la costruzione di un movimento globale contro l’imperialismo. Per un mondo libero da colonialismo, sfruttamento e oppressione: Palestina libera tuttɜ. Organizziamoci insieme.

  1. https://cris.iucc.ac.il/en/organisations/the-ben-gurion-institute-for-the-study-of-israel-and-zionism: il Ben Gurion Department for Zionist studies è uno dei più prestigiosi ed esemplari, ma come specificato ogni università ha dipartimenti dedicati. ↩︎
  2. L’Università di Tel Aviv ospita l’Istituto di Sicurezza Nazionale (INSS), un centro di ricerca che si occupa di offrire al governo analisi e suggerimenti su questioni centrali per la sicurezza nazionale di Israele. Una delle questioni su cui si concentra l’Istituto è proprio il movimento per il boicottaggio di Israele, consigliando di delegittimarlo accusando lɜ attivistɜ di collaborare con organizzazioni terroristiche. https://www.inss.org.il/wp-content/uploads/2017/10/memo169.pdf ↩︎
  3. https://en.wikipedia.org/wiki/Havatzalot_Program / https://shnaton.huji.ac.il/mapa_en.php/1/01/2025 ↩︎
  4. Non è un caso che l’unico dei nuovi storici ad essere ancora docente di un’università israeliana (Università di Ben Gurion) sia Benny Morris, che ha più volte sostenuto la neutralità etica delle sue ricerche. Secondo Morris la pulizia etnica del 1948 non rappresenterebbe un crimine di guerra e i suoi studi non condannano in alcun modo la violenza efferata in essi descritta ↩︎
  5. Poco meno del 3% dei fascicoli degli archivi governativi israeliani, e meno del 0.5% di quelli dell’Israeli  Defense Forces and Defense Establishment Archive sono pubblicamente accessibili. (fonte: Maya Wind, Torri d’avorio e d’acciaio). Come se non bastasse, membri del Ministero della Difesa hanno ammesso di aver impedito l’accesso, a partire dal 2002, a numerosi documenti d’archivio relativi alla Nakba, compresi alcuni dei documenti utilizzati precedentemente dai nuovi storici. https://www.palestine-studies.org/en/node/1649604 ↩︎
  6. Un caso noto è quello di Theodore Katz, studente di storia dell’Università di Haifa che scrisse una tesi di laurea, discussa nel 1998,  in cui descriveva nel dettaglio la storia di pulizia etnica del villaggio palestinese di Tantura e le violenze lì commesse dall’esercito israeliano. L’associazione dei veterani della brigata Alexandroni, la brigata direttamente coinvolta nel massacro del 1948, gli fece causa per diffamazione e l’università decise per l’annullamento della sua tesi. https://ore.exeter.ac.uk/repository/bitstream/handle/10871/15238/Tantura%20Case%20in%20Israel.pdf ↩︎
  7. Oltre al sistematico e ben documentato rifiuto da parte di locatorɜ ebreɜ di affittare appartamenti allɜ palestinesi, lɜ studentɜ arabɜ devono affrontare continue discriminazioni durante il processo di domanda per gli alloggi universitari. In molte università, come quella di Haifa, tra i criteri di ammissione principali per l’accesso ai dormitori vi è il servizio militare. È chiaro come questo criterio sia discriminatorio nei confronti dellɜ palestinesi, che sono esoneratɜ dalla leva militare ↩︎